Scuola, conoscenza e conflitto sociale
Scuola, conoscenza e conflitto sociale: al convegno USB Scuola e CESTES Proteo, con Luciano Vasapollo la sfida di “resistere e rilanciare” (S.C.)
Non una semplice occasione di aggiornamento, ma un momento di organizzazione culturale e politica. Il convegno online promosso da USB Scuola e CESTES Proteo, con la partecipazione di oltre 600 tra docenti e operatori, si inserisce in un passaggio cruciale, alla vigilia dello sciopero del 7 maggio e di una stagione più ampia di mobilitazione. Al centro, la riflessione proposta da Luciano Vasapollo: ricostruire un pensiero critico capace di leggere la crisi contemporanea e rilanciare il ruolo della scuola.
“Non è stata una parentesi culturale”, viene sottolineato, ma “costruire e allargare un nucleo di resistenza e rilancio dentro una scuola in crisi”, con l’obiettivo di indicare “una direzione pedagogica, educativa e di istruzione all’altezza delle sfide epocali del nostro tempo”. Un’impostazione condivisa anche dagli altri relatori, tra cui Miguel Benasayag e Christian Laval, che hanno contribuito a un confronto multidisciplinare.
Nel suo intervento, Vasapollo ha insistito sulla necessità di recuperare una visione ampia della conoscenza, fondata sul metodo scientifico ma capace di andare oltre una lettura riduzionista della realtà. L’indagine empirica – osservazione, esperimento, verifica – deve infatti estendersi alle scienze sociali per comprendere “le varie interazioni e rapporti che caratterizzano la società contemporanea”. Solo così è possibile affrontare le contraddizioni economiche e sociali attraverso “un’analisi su multilivelli” che tenga insieme dimensioni economiche, politiche, culturali e storiche.
Da qui la critica a quella che viene definita una visione dominante della “economia della conoscenza”, e la necessità di tornare a una lettura critica dei saperi convenzionali, “a partire da Marx e dalla determinazione reale politico-culturale marxista, riconoscendone anche limiti ed errori”. Un passaggio che non è teorico, ma direttamente connesso alla prospettiva educativa.
Il nodo centrale diventa allora la democrazia. “La possibile instaurazione di un’autentica democrazia partecipativa di base” è indicata come orizzonte, ma ancora lontano: “molta strada è ancora da percorrere”. In questa chiave, la critica al capitalismo è netta: un sistema che “dà a chi ha già molto e toglie a chi non ha”, concentrando potere e risorse e subordinando la società al mercato. “Nel sistema della cosiddetta società di mercato – si osserva – si subordina in realtà la società al mercato”, trasformandolo in uno strumento di dominio sulla maggioranza.
Nel dibattito contemporaneo su formazione, lavoro e trasformazioni sociali, il contributo teorico di Luciano Vasapollo si colloca come una voce critica che tenta di ricomporre il nesso tra metodo scientifico e analisi della realtà dentro una prospettiva dichiaratamente marxista. Non si tratta, nelle sue parole, di un ritorno dogmatico a categorie del passato, ma di un loro utilizzo critico per comprendere le contraddizioni del presente.
Al centro della riflessione c’è il ruolo del metodo scientifico, che Vasapollo sottrae a una visione neutrale o puramente tecnica. “Il metodo scientifico non è una procedura astratta o neutrale,” osserva, “ma uno strumento per comprendere le interazioni della società contemporanea, capace di leggere insieme le dimensioni economiche, politiche, culturali e storiche, per costruire una visione il più possibile aderente alla realtà concreta”. In questo senso, la scienza diventa un terreno di conflitto interpretativo, dove si confrontano approcci diversi e spesso opposti. Da qui la necessità di una critica ai saperi dominanti: “Occorre mettere in discussione i saperi convenzionali a partire da Marx, dalla determinazione reale politica e culturale marxista, senza nasconderne limiti ed errori, ma riconoscendone la forza analitica”.
Questa impostazione si riflette direttamente nel modo in cui viene concepita la formazione. Lontano da un’idea trasmissiva e statica del sapere, Vasapollo insiste su una dimensione dinamica e collettiva. “La formazione è una dialettica continua tra teoria e prassi, tra finalità e soggettività,” afferma, “un itinerario in costante evoluzione che si costruisce nel confronto con la realtà sociale e storica”. In questa prospettiva, il sapere non è mai neutro, ma sempre situato, attraversato da interessi e rapporti di forza. Per questo, aggiunge, “costruire pensiero critico significa saper individuare gli interessi in gioco, le classi sociali coinvolte e le loro articolazioni interne”.
Il legame tra formazione e trasformazione sociale diventa allora centrale. Una società che aspira a evolversi, secondo Vasapollo, non può prescindere da un investimento nella crescita culturale diffusa. “Non esiste progresso senza crescita culturale e critica dei cittadini,” sottolinea, “soprattutto in una fase in cui i cambiamenti tecnologici ed economici sono così rapidi da ridefinire continuamente il lavoro e le relazioni sociali”.
Ed è proprio sul terreno del lavoro che emerge una delle contraddizioni più evidenti del capitalismo contemporaneo. Da un lato, spiega Vasapollo, il sistema tende a svalutare il lavoro umano, riducendolo a esecuzione ripetitiva. “Assistiamo alla richiesta di un lavoro degradato, in cui i lavoratori sono trattati come semplici esecutori, quasi gorilla addestrati pronti a eseguire ordini senza porre domande”. Dall’altro lato, però, lo stesso sistema ha bisogno di competenze elevate, di capacità creative e di innovazione. È qui che si inserisce il concetto di “General Intellect”, che l’economista rilancia come chiave interpretativa: “La conoscenza, la creatività, le capacità individuali e collettive rappresentano oggi una forza produttiva centrale, che mette in discussione la tradizionale divisione del lavoro”.
In questa tensione si ridefinisce anche la figura della classe lavoratrice. “La dimensione intellettuale costituisce la nuova forma di operaio,” afferma Vasapollo, indicando nella generazione degli studenti universitari una parte significativa di questa trasformazione: “Sono loro, oggi, la nuova classe operaia, inserita in un sistema che richiede alta formazione ma produce precarietà e insicurezza”.
La riflessione si allarga infine al piano politico, con una critica esplicita al modello di società dominato dal mercato. Vasapollo parla senza mezzi termini di un “sistema perverso, che dà a chi ha già molto e toglie a chi non ha, utilizzando il potere del denaro per accumulare ulteriore potere”. In questa logica, la cosiddetta società di mercato finisce per subordinare la società stessa alle esigenze del capitale. “Il mercato capitalista diventa uno strumento per dominare la maggioranza dei cittadini,” sostiene, “svuotando di contenuto reale la democrazia”.
Da qui la proposta di un’alternativa fondata sulla partecipazione. “Occorre costruire una democrazia partecipativa di base, in cui la cittadinanza universale non sia una formula retorica ma un diritto concreto,” afferma. Una prospettiva che implica anche una resistenza culturale alle semplificazioni e alle mode accademiche. “Bisogna diffidare delle teorie effimere,” conclude, “e tornare ai capisaldi della conoscenza sociale, spesso ignorati o resi marginali, ma capaci ancora oggi di spiegare i processi reali”. In questa chiave, il lavoro teorico non è mai separato dalla realtà, ma diventa uno strumento per leggerla, criticarla e, nelle intenzioni, trasformarla.
Il ruolo della scuola, in questo scenario, è decisivo. Non può limitarsi a trasmettere contenuti, ma deve tornare a essere spazio di costruzione critica della realtà. Da qui l’invito a diffidare delle “mode politiche, sociali, economiche, accademiche” che “hanno una durata effimera” e spesso riflettono “la condizione e l’illusione dei paesi più ricchi nel momento presente e fuggente”.
Al contrario, i “veri capisaldi” della conoscenza sociale sono descritti come meno visibili ma più duraturi: “non fanno furore né scalpore”, ma offrono “un contributo più sedimentato, più lento, meno spettacolare”. Una conoscenza che circola talvolta “quasi in forma clandestina”, ma che mantiene una capacità profonda di interpretare i processi sociali.
In questo quadro si inserisce anche l’appello lanciato nel corso della giornata: rifondare la scuola come “generatrice di senso e di solidarietà”, capace di rispondere al disagio giovanile e alla complessità globale. “È tempo di recuperare il valore trasformativo della pedagogia”, andando oltre le formalità per restituire alle discipline “la capacità di interpretare la realtà e costruire una cultura della pace”.
Il convegno, spiegano gli organizzatori, è solo un punto di partenza. I materiali saranno raccolti e pubblicati, con l’obiettivo di consolidare uno spazio di elaborazione che – coniugando “chiarezza delle proposte e livello degli interlocutori” – possa diventare “riferimento del cambiamento” dentro la scuola italiana. Un percorso che intreccia formazione, conflitto sociale e proposta culturale, nella convinzione che senza una trasformazione della conoscenza non possa esserci un reale cambiamento della società.