LE SOCIETÀ PARTECIPATE DAGLI ENTI PUBBLICI

RELAZIONE INTRODUTTIVA

ALL’ASSEMBLEA DEL 28 NOVEMBRE 2013

SULLE PARTECIPATE DEL COMUNE DI NAPOLI

LE SOCIETÀ PARTECIPATE DAGLI ENTI PUBBLICI

  1. Un fenomeno di grandi proporzioni

Le società partecipate dagli enti pubblici in Italia costituiscono un fenomeno di grande rilevanza in ordine sia al valore economico complessivo, sia al numero di dipendenti impiegati. Stando ai dati contenuti nel Rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti - sezioni riunite in sede di controllo “sono oltre 5.000 gli organismi partecipati (aziende, consorzi, fondazioni, istituzioni, società) nei 7.200 enti locali censiti”, con un valore della produzione di “quasi 25 miliardi” e un numero di addetti che “supera di poco i 181.000”.

Lo spettro delle attività svolte da queste società va dai Servizi Pubblici Locali (SPL) alle cosiddette utilities (acqua, elettricità, energia), passando per settori di attività quali i servizi sociali, la formazione, le costruzioni, l’agricoltura.

  1. Una natura giuridica di fatto “ibrida”

Caratteristica principale di queste società è l’essere interamente partecipate da enti pubblici, la qual cosa consente loro di essere affidatarie dirette delle commesse, col vincolo di poter svolgere l’attività solo per conto dell’ente proprietario.

In buona sostanza, e secondo gli orientamenti interpretativi prevalenti, esse costituiscono un vero e proprio prolungamento della Pubblica Amministrazione, anche se le forme societarie prevalentemente adottate (S.p.A; S.r.l.; società consortili, cooperative, ecc. ecc.) sono quelle tipiche del diritto privato. Questa circostanza ha più volte determinato una serie di problemi, non ultimo quello di stabilire se esse siano o meno fallibili.

  1. Gli appetiti privati e l’evoluzione normativa

Si è assistito negli ultimi ad una grande offensiva ideologica e massmediale sulle società partecipate. Particolarmente aggressiva la posizione espressa a più riprese da Confindustria nel corso della presidenza Marcegaglia. Per due anni di seguito ha avuto modo nella Relazione all’Assemblea di citare le partecipate. La prima nel 2009 per metterla sul piano ideologico (“È urgente riprendere il cammino interrotto delle liberalizzazioni […] soprattutto nelle società pubbliche a livello locale, dove stiamo assistendo all’avanzata impressionante del neostatalismo”); la seconda per evidenziare, molto più prosaicamente, il vero interesse confindustriale, sottolineando “una questione di inefficienza, concorrenza sleale, occupazione di segmenti meglio gestiti dal mercato”.

Significativa, a supporto di tali posizioni, è stata la martellante campagna stampa condotta sul tema del cosiddetto socialismo municipale, in modo particolare dal Corriere della Sera e da Il Sole 24 ore. Fulcro principale della campagna, sulla falsariga di quella condotta contro i “fannulloni” del pubblico impiego, la denuncia degli sprechi e delle inefficienze, che pure esistono e rispetto ai quali, tuttavia, mai è stata intrapresa una seria azione di inversione di tendenza.

In un contesto del genere non appare quindi sorprendente il fervore legislativo in materia, volto ad ossequiare gli appetiti della privatizzazione.

Dopo aver tentato più volte di intervenire sulla materia il legislatore, attraverso l’art. 4 del decreto cosiddetto della spending review (D.L. n. 95 del 6/7/2012, convertito in L. n.135 del 7/8/2012) varato dal Governo Monti, impone l’obbligo agli enti proprietari delle aziende di privatizzarle o scioglierle. In via eccezionale gli enti, richiedendo un parere vincolante all’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza (AGCM), possono derogare dall’obbligo di privatizzare e mantenere il carattere pubblico delle società. In ogni caso un anno dopo la Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità della quasi totalità dell’art. 4 (sentenza n. 229 del 16 luglio 2013).

Cambia il Governo intanto, ma non la fregola di metter mano alle partecipate. E infatti puntualmente si ritorna sull’argomento stavolta stabilendo un complesso meccanismo di mobilità tra partecipate per il personale dipendente (art. 3 D.L. n. 101 del 31 agosto 2013). In realtà con questo provvedimento si mira a far dichiarare ad ogni singola partecipata eventuali esuberi. Nel corso della discussione l’articolo viene stralciato.

Incredibilmente pochi giorni dopo l’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale sopra citata, emette il provvedimento n. 24152 del 3/9/2013 nel quale ridefinisce le procedure di applicazione dell’art.4.

Ultima tappa normativa in ordine cronologico è l’art. 15 del DDL n. 1120, la cosiddetta Legge di Stabilità, approvato in Senato, nel quale si stabilisce l’abrogazione definitiva dell’art. 4 della spending review e quindi si cancella, almeno per ora, l’obbligo di privatizzazione. In più si stabilisce che gli enti proprietari debbano accantonare fondi di garanzia per le società che chiudono i bilanci in perdita.

  1. La prospettiva di rilancio

L’universo mondo delle società partecipate dagli enti pubblici rappresenta una importante modalità attraverso la quale la Pubblica Amministrazione eroga e gestisce parte significativa dei suoi servizi. Il fatturato complessivo da esse prodotto ha una rilevanza economica di proporzioni abbastanza rilevanti, così come i livelli occupazionali da esse garantiti.

Lo stesso indotto che si muove attorno alle attività aziendali (fornitori, consulenti), per tacere della pletora di amministratori e dirigenti, fa di queste ultime un settore della finanza pubblica molto importante, non a caso posto da vari anni all’attenzione della Corte dei Conti.

Sono queste, ovviamente, le ragioni per le quali reiteratamente l’imprenditoria nazionale cerca di attaccarne l’immagine e di discreditarne ruolo e funzioni presso l’opinione pubblica, nel tentativo di far passare il concetto che se fossero privatizzate funzionerebbero molto più efficacemente, costerebbero di meno e i cittadini contribuenti riceverebbero in cambio servizi migliori e a minor prezzo.

In un contesto così determinatosi la battaglia sindacale deve essere indirizzata al conseguimento di obiettivi chiari e percorribili. In primo luogo il consolidamento della tendenza, espressa e rafforzata dall’ultima evoluzione normativa, circa il mantenimento del carattere pubblico di queste aziende. In secondo in controllo da parte dei lavoratori, e delle organizzazioni sindacali coerentemente schierate a difesa di queste realtà aziendali, dell’intero meccanismo di gestione, in maniera tale da assicurare l’erogazione di servizi di qualità ai cittadini e condizioni lavorative e salariali dignitose ai dipendenti.

Superfluo aggiungere che USB è da sempre impegnata in tal senso con la presenza e l’attività di strutture sindacali in numerose di queste società e in varie regioni del paese. Rafforzeremo tale impegno nei prossimi mesi per prevenire ulteriori, sempre possibili, attacchi e per rilanciare il ruolo, il peso e le attività di questo importante comparto della Pubblica Amministrazione in Italia.

Rosario Cercola,

delegato USB “lavoro privato” NAPOLI

10 dicembre 2013
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