Le pensioni a fondo

Il superamento dell’era fordista pone il nostro Paese in una fase di ridefinizione del capitalismo con caratteri post-industriali, superando nei fatti le logiche interpretative di tipo industrialista ed operaista, per passare ad una gerarchizzazione dei modelli dello sviluppo basata principalmente sulle modalità di trasformazione sociale ed economica che vedono emergere sempre più nuove soggettualità non garantite. L’intero ciclo produttivo ha scavalcato le mura della fabbrica generalizzandosi alla società intera, lo Stato diventa Profit State in quanto si fa portatore nel sociale nelle sue diverse forme della cultura del mercato e degli interessi dell'impresa.

Lo Stato sociale si trasforma in Stato-impresa, in Profit State che assume come centrale la logica di mercato, la salvaguardia e l’incremento del profitto, trasforma i diritti sociali in elargizioni di beneficenza, effettua comunicazione sociale che fa assumere il profitto, la flessibilità, la produttività come nuove forme di "divinità sociale", come la filosofia ispiratrice dell’unico modello di sviluppo possibile. Anche per quanto riguarda il sistema pensionistico, come si è avuto modo di evidenziare nei diversi capitoli di questo lavoro, la constatazione di una "forte prevalenza di anziani" nel nostro Paese porta alla personalizzazione e privatizzazione del sistema di protezione sociale arrivando ad optare per un passaggio al mercato della previdenza.

Il vero obiettivo non è quello di riformare le pensioni, ma è quello di privatizzare, facendo pagare anche ai lavoratori italiani un alto contributo per arricchire le assicurazioni private. Si introduce così pesantemente la logica forzata del ricorso ai Fondi Pensione senza considerare i crack finanziari e le ripercussioni estremamente negative sull'economia reale che hanno prodotto ad esempio i Fondi inglesi e statunitensi.

Il rafforzamento, quindi, del mercato finanziario, dei facili profitti senza investimenti produttivi, delle rendite finanziarie, avviene non solo sull'attacco al salario diretto, al salario indiretto ma anche al salario differito, sviluppando il grande bluff dei Fondi Pensione, controbilanciato da un peggioramento delle condizioni di vita di tutti i lavoratori, occupati e non.

La capacità di analisi scientifica e di iniziativa politica deve partire dal fissare regole di controtendenza rispetto alla società dell’impresa e delle privatizzazioni in cui lo Stato ridiventi non solo garante degli equilibri, ma uno Stato che crei nuovo e diverso lavoro, capace di attuare e regolare l’efficienza del sistema orientato al rafforzamento di un moderno Welfare State, che garantisca i diritti acquisiti dei lavoratori, dei pensionati, di tutti i cittadini, e che soddisfi nuovi bisogni, a partire da un nuovo sistema della qualità della vita.

INDICE

PREFAZIONE
PREMESSA : LO STATO TRA WELFARE E PROFITTO
1. IL SISTEMA PREVIDENZIALE: ANALISI STORICO-ECONOMICA
2. PRIMA DELLA "FINTA" RIFORMA DINI
3. LA " FINTA" RIFORMA DINI
4. UNA PANORAMICA STATISTICO-ECONOMICA IN ITALIA: LENTA MA INESORABILE DISTRUZIONE DEL SISTEMA PREVIDENZIALE PUBBLICO
5. FONDI PENSIONE
5.1. I "Tre Pilastri"
5.2. Il Dec. Leg. n. 124/93
5.3 Il Dec. Leg. Del 29/12/99
5.4 Caratteristiche dei principali Fondi Pensione
5.5. Confronti Internazionali
CONCLUSIONI: PREVIDENZA E NUOVO WELFARE PER I MISERABILI
GLOSSARIO
BIBLIOGRAFIA

Prefazione

Questo libro va alle stampe quando, non certo per caso, la RdB ha avviato il dibattito interno propedeutico alla celebrazione del suo 3° Congresso Nazionale. Un congresso che si pone principalmente un interrogativo: quali strumenti, quali programmi, soprattutto quali idee e valori vanno definiti per far fronte adeguatamente alle sfide che lancia al movimento dei lavoratori la competizione globale. Non è la tentazione di sfuggire all’incombenza dei problemi quotidiani, scegliendo la deriva del dibattito ideologico che non appartiene alla nostra esperienza anche perché appartiene ad altri soggetti politici di cui peraltro non si registra più alcuna significativa presenza, ma perché non assumere questa ottica ci ridurrebbe alla condizione corporativa e in una perenne, sicuramente sterile difesa dell'esistente. Solo così, dandoci una chiave di lettura complessiva, è possibile inquadrare ed affrontare correttamente anche un tema importante e complesso come quello delle pensioni che vogliamo assumere come tema tra i più importanti del nostro programma. Ci aiuta notevolmente, in questo sforzo, l’egregio, certosino quanto intelligente lavoro svolto in queste pagine dai compagni di Cestes-Proteo. Intanto perché hanno deciso di assumere la nostra stessa chiave di lettura e poi perché frutto di una rigorosa analisi scientifica che sciorina, uno dietro l’altro, tutti gli elementi di conoscenza utili ai quadri, ai militanti, ai lavoratori, a tutti coloro che sono interessati al tema, a trovare la strada per districarsi nella giungla dei meccanismi che regolano il variegato mondo della previdenza pubblica, per capire quali e quanti guasti abbiano procurato i ripetuti interventi adottati dai vari governi negli ultimi anni ed in che modo, con quali proposte porvi rimedio . Il libro è utile, in particolar modo alla RdB tutta, per elaborare un punto di vista concreto sorretto da solidi elementi di scientificità, un progetto di vera riforma sul quale costruire un forte movimento di lotta. Perché non vogliamo limitarci, come sembrerebbe suggerire il titolo del libro, a denunciare i vari modi attraverso i quali vogliono mandare af-fondo le pensioni ma dare battaglia prendendo parte, schierandoci nel conflitto che vede contrapposti gli ipotetici interessi superiori a quelli, altrettanto ipoteticamente, biechi interessi di una moltitudine di uomini e donne, di anziani e giovani che vivono e si identificano attraverso il lavoro. Ebbene sì, partigiani del lavoro contro l’arroganza e la spudoratezza di un potere che, attraverso un intreccio perverso di "riforme" e "patti" scellerati, non accetta condizionamenti o limiti, contro un uso del capitale che non si limita ad imporre il suo dominio sul terreno economico, ma colonizza le coscienze permeando dei suoi disvalori ogni aspetto del vivere quotidiano. E’ un linguaggio forte? Forse, ma è anche attraverso il linguaggio che possiamo restituire identità ad un movimento di lavoratori frantumato, spogliato degli elementari tratti di identità da un esercito di soloni prezzolati che dal calduccio delle loro nicchie di privilegio pontificano, mortificano, catechizzano le coscienze e scomunicano ogni tentativo di ristabilire un giusto equilibrio tra interessi alternativi tra loro. Pensate ai parlamentari che dopo 5 anni di legislatura maturano il diritto alla pensione, che con un eufemismo di dubbio gusto chiamano vitalizio, o all’inflessibile, immarcescibile uomo per tutte le stagioni, ministro del Tesoro Amato che, dall’alto dei suoi miseri 37 milioni al mese di pensione maturata anche per aver svolto il ruolo di Presidente di un’autority senza versare una lira una di contributi, predica sacrifici e tagli . Pensate ai tanto democratici, socialmente sensibili imprenditori nostrani che, svelando la loro vera natura anche ai ciechi, davanti ai referendum radicali si schierano di gran carriera a sostegno dei loro profitti, l’unica vera variabile indipendente che ha diritto di cittadinanza, gli unici oramai a praticare una dura e spietata lotta di classe per imporre le loro regole. Che dire di Cgil, Cisl e Uil che con costoro hanno finora concertato a danno dei lavoratori e che sono ossessionati dall’unica preoccupazione di non poterlo più fare e che perciò scomunicano tutti coloro che hanno scelto in alternativa il terreno del conflitto? Questa premessa, forse lunga e polemica, è funzionale a due obiettivi: inquadrare adeguatamente il problema pensioni per capire se la necessità di intervenire con ulteriori modifiche nasce da problemi connessi al funzionamento e alle fonti e modalità di finanziamento del sistema previdenziale o è invece dovuta ad altre ragioni. Il ragionamento da cui sono partiti finora i sostenitori e gli autori delle ultime controriforme è il seguente: lo Stato sociale nel suo complesso, il sistema pensionistico in specie, costa troppo e non possiamo permettercelo. In particolare perché è d’impedimento al rilancio dello sviluppo e dell’occupazione. Cosa non si fa per l’occupazione, si arriva persino a licenziare pur di sviluppare l’occupazione! Per realizzare questo obiettivo è necessario dunque un drastico ridimensionamento della spesa per poter investire le nuove risorse così ottenute in riduzioni fiscali ed ulteriori incentivi alle imprese. In questo modo si mette in moto un circolo virtuoso che…bla, bla. Intanto si trascura di analizzare quali effetti avrebbe questa scelta sulla domanda e la contrazione di essa sulle possibilità di sviluppo dell’economia. Una domanda già fortemente stressata dalla vera e propria purga da cavallo a cui sono stati sottoposti i salari dalla politica della concertazione in questi anni. Ma pur volendo accantonare la questione, è proprio vero che quella scelta comporterà le conseguenze che vengono sbandierate? A noi sembra chiaramente di no. In tutti questi anni alle imprese italiane, in un crescendo impressionante, è stato concesso di tutto. Incentivi a fondo perduto, contratti d’area, flessibilità del rapporto di lavoro, consistente riduzione del salario, del costo di lavoro, del denaro, chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò non è bastato per indurre il mondo delle imprese ad investire in nuovi impianti, in ricerca e quant’altro fosse utile ad aumentare la competitività e a sviluppare occupazione. Tutto ciò è servito invece ad accumulare enormi profitti da impiegare in investimenti finanziari, ad accaparrarsi, a prezzi di saldo, i gioielli di famiglia rappresentati dalle imprese pubbliche produttive di beni e servizi che soprattutto il governo D’Alema ha messo sul mercato; in alternativa sono serviti a delocalizzare gli impianti produttivi all’estero. D’altra parte c’era poco da aspettarsi da un capitalismo come quello italiano che ha ampiamente dimostrato, in lunghi anni, di essere competitivo solo se foraggiato a piene mani dall’assistenza di Stato o dalle cicliche svalutazioni della lira. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti suggerisca di sperimentare strade alternative, ci si ostina a perseverare nella stessa direzione in ossequio ai dettami della nuova religione, la globalizzazione. Ed è questo il punto, si tagliano le pensioni a prescindere dal merito specifico ma in omaggio ai dettami della famigerata globalizzazione. Un imbroglio, una favola per allocchi ben confezionata. Tanto ben confezionata da apparire, come ogni buona favola, perfino affascinante, una sorta di comunismo capitalistico che, abbattendo confini e barriere, spalma la ricchezza del mondo, dà nuove opportunità a tutti, rende tutti cittadini del mondo, anzi fratelli. E se la globalizzazione impone regole e vincoli economici che possono avere effetti dolorosi sul piano sociale, i ricchi, sempre più pochi e sempre più ricchi, e i poveri, 4/5 dell’umanità, sempre più poveri, pazienza, è nell’interesse superiore. In realtà siamo in presenza di una competizione feroce tra blocchi economici dominanti (USA, Europa, Giappone) che detengono il controllo dei maggiori centri produttivi e dei capitali che si contendono il dominio del mondo. E come un’enorme nugolo di cavallette fanno strame dei diritti, delle risorse naturali, dei bisogni più elementari in una rincorsa che rischia, se non tempestivamente contrastata, di non aver mai fine. Solo da qualche tempo comincia a registrarsi, da parte di settori ancora minoritari dell’economia mondiale, da governanti e uomini politici, intellettuali, pezzi sparsi di società (i fatti di Seattle ne sono una riprova), una presa di coscienza dei rischi connessi a quel modello di sviluppo che invoca correttivi, vincoli, strumenti di controllo. Tra i tanti anche sul terreno del Welfare è pertanto necessario adottare scelte che rafforzino le garanzie, la protezione sociale intesa nella duplice funzione di investimento produttivo e barriera contro il libero manifestarsi degli effetti più selvaggi di quel modello di sviluppo. Gli interventi effettuati negli anni scorsi sul sistema previdenziale, Amato nel ’92, Dini nel ’95, Prodi nel ’97, si sono indirizzati alla direzione opposta, si sono risolti in una sequenza di tagli successivi spacciati di volta in volta come riforma, ogni volta giurando che sarebbe stata l’ultima. Una logica da ragionieri, nemmeno troppo bravi perché non si può scoprire ogni due, tre anni che avevano sbagliato i conti o che non avevano previsto la gobba del 2005 e che ancora una volta bisogna reintervenire. Potremmo facilmente risolvere il problema licenziandoli in massa, ricorrendo in questo caso tutti gli estremi della giusta causa. In realtà non si sono sbagliati, per evitare la rivolta e a Cgil, Cisl e Uil di dover pagare il giusto prezzo, hanno scelto scientemente di dare la purga in "piccole" dosi. Ma veniamo al dunque, è vero che il sistema pensionistico italiano costa troppo? I dati, non noi, dicono il contrario. La spesa sociale rispetto al PIL, dentro la quale è calcolata la spesa per le pensioni è di 4 punti % inferiore alla media europea, di 6 punti % addirittura rispetto ai paesi più affini all’Italia come Francia e Germania. Che il peso dei trattamenti pensionistici sia squilibrato rispetto all’intera spesa è assolutamente indifferente rispetto al dato macroeconomico. Sulle ragioni di questa apparente anomalia ci sarebbe molto da dire, ma qui vogliamo ricordare solo il diverso peso e ruolo che ha nel nostro paese il rapporto tra il singolo soggetto e la famiglia rispetto al resto d’Europa, oppure la profonda diversità qualitativa e quantitativa che caratterizza le diverse reti di protezione sociale. Viene però agitata una questione di equità: non è giusto che i pensionati sottraggano tante risorse ad altri soggetti bisognosi di adeguata assistenza. Argomento tanto abusato quanto spuntato; non è per caso che quei 4-6 punti % che ci distanziano dagli altri paesi siano sottratti all’intera spesa? O forse conviene sbandierare l’Europa solo quando fa comodo? Aggiungiamo che, nel calcolo della spesa per pensioni, sono compresi arbitrariamente 2,5 punti % riferiti al TFR e ad altre spese di natura non previdenziale. Infine, al netto delle trattenute fiscali operate sulle pensioni, il bilancio dell’intero sistema pensionistico pubblico è all’attivo. Lo sarebbe ancor più se finalmente si operasse una netta separazione tra assistenza e previdenza. Per citare solo alcuni dati di fonte INPS, nel solo periodo che va dal 1989 al 1996, la spesa per assistenza erogata dall’ente per un importo complessivo pari a 631.586 miliardi, ha gravato solo sulle proprie casse per 205.582 miliardi. E’ da sottolineare che sotto la voce "assistenza" si nascondono interventi di sostegno alle imprese imposti dallo Stato (sgravi e fiscalizzazione degli oneri sociali) che hanno pesato per 134.574 miliardi. In sostanza, attingendo alle somme destinate al pagamento delle pensioni, si è attuato un finanziamento a fondo perduto delle imprese! Solamente ripianando quella cifra, il bilancio dell’INPS risulterebbe all’attivo per 145.602 miliardi anziché in passivo per 79.209 miliardi. Pensate di quanto superiore sarebbe l’attivo se questo conto si estendesse a tutti gli anni interessati. E invece è su quell’ultimo aspetto catastrofico del disavanzo che il coro unanime di politici, sindacalisti di regime, padroni e banchieri, si leva a lanciare all’unisono l’allarme pensioni! Questi dati non tengono conto di altre forme di sostegno finanziario avvenuto attraverso differimenti, proroghe e rateazioni, anche molto prolungate, concesse alle imprese nel versamento dei contributi e per lunghissimi anni a tassi d’interesse notevolmente inferiori a quelli praticati dal mercato finanziario. Con i contributi versati dai lavoratori si sono finanziati i padroni! TORNA SU Si aggiunga che la spesa è ulteriormente lievitata in questi ultimi anni per la corsa ai pensionamenti di centinaia di migliaia di lavoratori, indotti a questa scelta solo dal terrore di vedersi scippati dei diritti maturati. Ed è forse il prezzo più alto, l’incertezza, la vera e propria angoscia del futuro che affligge ormai milioni di lavoratori. E per caso questo sistema è forse troppo generoso con i pensionati? Sembra proprio di no; non vorremmo saccheggiare di citazioni il testo ma se andate a leggerlo vedrete che le pensioni erogate sono, infatti, del valore fino ad 1 milione per il 40% e per il 32% tra 1 e 2 milioni con un addensamento sulla metà della cifra. Cifre destinate a diminuire rapidamente nel tempo; da fonti INPS/ISTAT il rapporto tra pensione e retribuzione passerà dal 54% di oggi al 29,9% nel 2050. Ad aggravare la situazione è intervenuto il passaggio dal calcolo retributivo a quello contributivo, presentato come più equo perché dà ad ognuno in proporzione a quanto versato. Intanto è servito a decurtare i rendimenti perché a parità di retribuzione e di vita lavorativa dà notevolmente meno come è dimostrato nel testo. Men che meno equa appare la proposta avanzata, tra gli altri, da Cofferati, novello paladino dello Stato sociale, di passare tutti allo stesso calcolo prescindendo dall’età contributiva, infatti lo spartiacque dei 18 anni di contributi maturati entro il 31.12.95 è stato introdotto per proteggere quella platea di lavoratori dalla sicura decurtazione impossibile da recuperare nel resto della vita lavorativa ricorrendo alla previdenza complementare. Ancor meno equa appare per i giovani, lasciati da soli a fare i conti con il proprio futuro senza che questo possa dipendere da una propria libertà di scelta o dalla capacità di programmare una prospettiva di vita. Con la deregulation del mercato del lavoro, che fa tanto moderno, le offerte di lavoro, quando raramente si affacciano, sono al nero, interinale, part- time, formazione lavoro, LSU, LPU, comunque atipico e precario. L’85% dei nuovi posti di lavoro dell’ultimo anno ha queste caratteristiche. A parte l’assenza di diritti di alcun genere, sono lavori scoperti del tutto o in gran parte di contribuzione pensionistica. Per loro si è deciso che è un lusso il posto fisso, forse anche il pasto fisso, visto che non è prevista alcuna forma di sostegno economico tra un lavoro e l’altro. Nemmeno la copertura con contributi figurativi dei periodi di disoccupazione. Milioni di giovani hanno davanti a sé una vecchiaia da barboni. Lo stesso Presidente dell'INPS ha dovuto registrare questa drammatica realtà ed ha proposto di istituire un Fondo di sostegno alla posizione contributiva dei lavoratori parasubordinati che, tra l'altro, sono gli unici, nel variegato mondo del precariato, ad essere assoggettati ad una qualche forma di contribuzione. Un problema che non può e non deve essere più eluso. Una battaglia contro questo crimine, per un nuovo sistema pensionistico, per il lavoro garantito, per il Reddito Sociale Minimo che tenga assieme pensionati, vecchi e giovani lavoratori. E' l’orizzonte della nostra iniziativa contro coloro che dopo aver scientificamente costruito le condizioni della disparità vogliono utilizzarle per contrapporre i figli ai padri. Come se non gravasse sui padri, sulle famiglie il peso di una disoccupazione endemica che in alcune regioni del paese raggiunge cifre da paese sottosviluppato. No, non c’è alcunché da difendere di questo modello previdenziale né alzare barricate se non per ripensare a fondo il livello delle prestazioni e le modalità di finanziamento. Un’urgenza su tutti i due fronti: perché incombono problemi strutturali e perché non vogliamo difendere le pensioni da fame che la previdenza pubblica erogherà nei prossimi anni. Va affrontato subito il problema demografico rappresentato dal progressivo invecchiamento della popolazione con politiche di riequilibrio del rapporto tra pensionati e popolazione attiva. Occorre a tal fine una decisa azione per l’emersione dei 5 milioni di lavoratori sfruttati al nero e l’abolizione dei rapporti di lavoro cosiddetti atipici, che sono destinati ad alimentare una platea sempre più vasta. Va adottata una politica per l’immigrazione che consenta l’afflusso di manodopera legalizzata e contrattualizzata. Obbiettivi, come appare evidente, che rimandano ad un diversa concezione e ruolo dello Stato e ad una radicalmente diversa politica economica. Anche intorno al problema delle pensioni si pone la questione del ruolo dello Stato nel definire quale è il modo di produzione e riproduzione della vita e non solo il problema della distribuzione della ricchezza. A partire dal fatto che possa essere solo il mercato a decidere caratteristiche e tempi dello sviluppo, a decidere chi debba goderne, a definire la scala dei valori e delle priorità, cominciando non solo ad esercitare le funzioni d’indirizzo ma anche ad assumere una funzione imprenditrice. E’ emblematico a tal riguardo il rapporto con la Pubblica Amministrazione che necessiterebbe d’investimenti in formazione, tecnologia, nuovi modelli organizzativi, assunzioni, anche come elemento di sviluppo economico e se ne fa invece, trascurando la qualità dei servizi e del rapporto con i cittadini, un’occasione di risparmio. Perfino il Presidente dell’INPDAP , che non ci risulta sia animato da furori estremistici, o che se ne sia scoperti in età matura, ha avvertito il bisogno di proporre l’assunzione di 1 milione di nuovi addetti nella P.A. Non è solo e tanto perché preoccupato di far quadrare i bilanci dell’ente che presiede ma anche perché preoccupato di qualificare e rilanciare il ruolo, l’efficacia e la funzionalità della P:A. Nella P.A. invece, in specie proprio negli enti previdenziali assunti come terreno avanzato di sperimentazione, sono introdotte tutte le forme del lavoro atipico, fino al fenomeno vergognoso dell’utilizzo di 150.000 LSU per coprire i vuoti in organico. Anche su questo terreno la RdB è impegnata da tempo, abbiamo assunto i LSU come i soggetti privilegiati e rappresentativi dell’intero mondo della precarietà e flessibilità per impegnarli in una battaglia che vuole avere più significati politici: lotta per l’occupazione, lotta alla precarietà e alla flessibilità, lotta per una P.A. più efficiente. Siamo già stati accusati, specie da chi non potrebbe permetterselo, di avere una vocazione dirigista e statalista ma non ci preoccupa continuare a correre il rischio perché ci pare legittimo domandarsi: dopo parecchi anni di sacrifici e tagli in ogni direzione, privatizzazioni, aumenti delle tariffe, introduzione a piene mani della flessibilità, ecc., perché si registrano tassi di crescita minimali? Non sarà perché lo Stato ha rinunciato alla funzione d’indirizzo e di gestione dello sviluppo economico? E non incidono anche i tassi di crescita sulla sostenibilità del sistema previdenziale? La sostenibilità va garantita con una pluralità di strumenti, a partire da un diverso modo di concepire le modalità di finanziamento. L’attuale sistema è stato concepito quando dominava l’industria manifatturiera, quando nella produzione era di gran lunga prevalente l’uso delle braccia sull’uso delle macchine e si praticavano politiche che puntavano alla piena occupazione, per cui una testa, un contributo. E’ chiaro che questo sistema non è più sostenibile sia perché si è modificato il mercato del lavoro sia perché nel processo produttivo si è ribaltato il rapporto uomo/macchina. E’ giunta l’ora, quindi, di rapportare la contribuzione alla ricchezza prodotta dal lavoro e ai profitti intascati dalle imprese facendo riferimento per esempio, agli incrementi del Margine Operativo Lordo, in modo da tassare il risultato di gestione colpendo anche l'accumulazione di capitale dovuta all'innovazione tecnologica e/o introducendo un prelievo sui profitti come imposta di scopo sul modello dell’IRAP, E’ necessario, altresì, che lo Stato intervenga a sostegno dei bilanci degli Enti previdenziali, destinando ad essi parte degli introiti fiscali così come avviene in altri paesi europei. Che ci sia spazio a sufficienza è dimostrato non solo dai formidabili incrementi di entrate tributarie incassati in questi ultimi anni, ma ancor più dall’enorme bacino di evasione fiscale per niente aggredito, anzi favorito da tutti i governi che si sono succeduti finora. E’ il Fondo Monetario Internazionale a sostenere che l’evasione fiscale nel nostro paese ammonta a 250.000 miliardi, una cifra forse sottostimata, pari al 12,6% del PIL contro una media del 2-3% nel resto dei paesi europei. Il governo D’Alema non solo non ci pensa nemmeno, ma arriva ad indebolire gli Enti previdenziali espropriandoli degli introiti, realizzati attraverso l'obbligo alla svendita del patrimonio immobiliare comprato con i soldi versati dai lavoratori come contributi per la pensione! Va aggredita, infine, la piaga dell’elusione e dell’evasione contributiva che ammonta ad alcune decine di migliaia di miliardi ogni anno, che invece continua ad incancrenire solo per chiara ed esplicita volontà politica. O si decide di fare tutte queste cose assieme, si decide perciò di avviare una riforma d’ampio respiro, oppure di gobbe nei conti della previdenza ne conteremo almeno quante se ne possono contare in una carovana di cammelli! Ma il governo D’Alema ha già preannunciato l’intenzione di andare in una direzione opposta attraverso gli interventi già realizzati e quelli preannunciati a breve sul TFR. Interventi che hanno l’unico, tra l’altro dichiarato, scopo di rendere possibile un ulteriore taglio alle pensioni con il passaggio al calcolo contributivo per tutti e favorire, attraverso la costituzione dei Fondi, lo sviluppo della previdenza privata. Fondi che non nascono certamente per garantire la vecchiaia dei lavoratori ma per foraggiare la capitalizzazione delle imprese in Borsa; il Governatore Fazio ha più volte lamentato il fatto che le aziende italiane sono sottocapitalizzate e che vanno irrobustite con gli investimenti dei Fondi pensione ed è stato accontentato. E’ come se in Italia esistesse una sola risorsa, una sola grande ricchezza a cui attingere a piene mani: il salario dei lavoratori! I lavoratori dovrebbero rassegnarsi ad accettare di rinunciare alla liquidazione per sostituire una pezzo di previdenza pubblica dal rendimento garantito con quella complementare dal rendimento a rischio. Tanto più a rischio quanto più i Fondi sceglieranno inevitabilmente d’inseguire, sull’ottovolante delle Borse mondiali, i rendimenti più allettanti. Un duro colpo, oltre che ai salari e alle pensioni dei lavoratori, alla stessa occupazione che con queste misure si dice di voler sviluppare. Nel caso migliore, si fa per dire, la parte del leone la faranno le grosse aziende italiane, proprio quelle che da anni progressivamente riducono l’occupazione perché trovano più conveniente la speculazione finanziaria che la produzione, nel caso peggiore la faranno le multinazionali che, non avendo a cuore che i propri profitti, puntano proprio ai licenziamenti per farne uno strumento di successo finanziario; Good Year docet! E non c’è da avere dubbio alcuno, gli andamenti dei titoli sulla Borsa di New York vanno in stretta connessione con le misure di riduzione di manodopera adottate dalle imprese, così che dovremmo rassegnarci ad assistere al conflitto schizofrenico tra il lavoratore occupato proiettato sulla difesa del posto di lavoro e lo stesso lavoratore investitore del suo salario interessato ai rendimenti del suo investimento. E siccome i neofiti fanno in genere i più realisti del re, i neo liberisti del governo D’Alema faranno gli iperliberisti lasciando liberi i Fondi di muoversi come più gli aggrada. La prima operazione, con il pieno consenso di Cgil, Cisl, Uil, è stata già chiusa. A fine ’99 il governo ha regolato il trattamento fiscale del TFR investito nei Fondi aumentando al 12% della retribuzione, fino ad un massimo di 10 milioni annui, l’importo che si può portare in detrazione, una misura di cui pochissimi potranno beneficiare per intero, visto che riguarda i salari da 80 milioni annui. E’ stato preannunciato, nel contempo, un aumento della tassazione sul TFR di coloro che non accetteranno di passarlo ai Fondi, un aumento che, guarda caso, penalizzerà particolarmente i salari più bassi e coloro che più frequentemente sono costretti a cambiare lavoro. Bisogna che con le buone o con le cattive tutti accettino di entrare a far parte del parco buoi. Nei prossimi giorni arriverà il resto e su due questioni va appuntata l’attenzione: l’obbligatorietà del versamento del TFR ai Fondi pensione e la costrizione ad entrare nei Fondi chiusi, quelli gestiti da Cgil, Cisl e Uil. Siccome finora hanno liberamente aderito ai Fondi già costituiti pochissimi lavoratori, per paura che si riduca la portata del business, anche in questa occasione il sensibilissimo, indefesso democratico Cofferati ha proposto che l’adesione diventi obbligatoria. Altro che dirigismo e statalismo! Sull’uno e sull’altro aspetto bisogna impostare un’iniziativa che, oltre che rivolgersi al merito, deve assumere i connotati di una battaglia di libertà, non è tollerabile un insulto così pesante, oltre che di dubbia legittimità, alla propria libertà di scelta. Di fronte a questo quadro così complesso e difficile, ma anche così interessante e carico d’importanti sviluppi riteniamo indispensabile un coinvolgimento di massa nei luoghi di lavoro, sul territorio, che vada oltre le nostre fila e sia capace di appassionare e stimolare la partecipazione di quanti, tra gli intellettuali, economisti, politici, sindacalisti, giornalisti, non hanno rinunciato alla libertà di pensiero e non si siano prostituiti al dio Denaro. Questo libro si dà e vuole realizzare questo obiettivo. 

Domenico Provenzano (RdB)

27 aprile 2012
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