Recensione del volume "Un sistema che produce crisi"

Luciano Vasapollo, Trattato di critica dell'economia convenzionale, vol. I Un sistema che produce crisi. Metodi di analisi dei sistemi economici

 

La recente uscita del secondo volume, anche se nella composizione dell’opera si tratta del tomo 1 pur essendo stato pubblicato tre mesi dopo l’altro, del Trattato di critica dell'economia convenzionale di Luciano Vasapollo è un'ottima occasione per lo sviluppo di una riflessione approfondita sulla situazione contemporanea, non soltanto del nostro Paese, ma sulla crisi mondiale che evidenzia i limiti e le contraddizioni del sistema capitalistico e sulla necessità di una lotta concreta sul piano politico per il superamento di quello che, efficacemente, l'Autore del Trattato definisce “un sistema che produce crisi”: il capitalismo è quel sistema che si caratterizza, infatti, per la sua costante, ricorrente propensione alla crisi. Mentre, da un lato, gli economisti e gli analisti convenzionali, per usare l'espressione di questo importante studioso, si affannano a dimostrare all'opinione pubblica che le situazioni di crisi sono un'eccezione, il più delle volte provocate da errori umani e che si potrebbero evitare, se la gestione del sistema capitalistico fosse improntata a criteri o di maggiore efficienza o di carattere morale, la realtà della questione sta nel fatto che è il capitalismo stesso a determinare in maniera ricorrente situazioni di crisi sempre più gravi che, tendenzialmente, porterebbero alla dissoluzione del sistema nel suo complesso. A questo riguardo è bene considerare fin dall'inizio la costante sottolineatura da parte dell'Autore della necessità di un impegno concreto da parte di coloro che si rendono conto della validità di questa analisi in vista del “superamento” del capitalismo, perché altrimenti questo modo di produzione sarebbe in grado di continuare a riprodursi da sé, senza alcuna rinnovamento interno, d'altronde impossibile, anche in una condizione di crisi costante e permanente.

In effetti, la crisi attuale non data da pochi anni a questa parte; si vorrebbe, infatti, far credere che tutto sia cominciato all'improvviso intorno al 2007 con le prime grandi manifestazioni della crisi finanziaria, ma anche la crisi finanziaria stessa, che ha determinato le difficoltà attuali di interi Stati e blocchi economici e politici, non è altro che l'ultimo stadio (per ora) di una crisi globale iniziata già negli anni Settanta.

Nel suo volume Vasapollo si concentra nella definizione e descrizione dei metodi di analisi dei sistemi economici (in particolare, ovviamente, di quello capitalistico), privilegiando una impostazione che si rifà fondamentalmente al marxismo, offrendo ai lettori un'occasione di riflessione e di formazione, di cui non si può che rallegrarsi, data la mancanza in Italia, fino ad oggi, di un trattato aggiornato in grado di fornire tutti gli elementi per una preparazione adeguata all'analisi della situazione e alla definizione di prospettive future, per tutti coloro che intendono impegnarsi in favore dell'instaurazione di una società davvero giusta e non solamente per far funzionare un po' “meglio” le cose, secondo un programma “minimalista” che sembra l'unico orizzonte di gran parte della stessa sinistra nostrana (se ancora si può parlare di sinistra). Anche coloro che non si identificassero o non condividessero l'impostazione marxista, tuttavia, non potrebbero che leggere questo trattato riconoscendone il valore e l'esattezza delle sue penetranti osservazioni in merito alle difficoltà del presente; d'altra parte, è messo bene in evidenza in questa nuova edizione del trattato che l'autore aveva pubblicato già sei anni fa (proprio all'inizio della crisi finanziaria globale – peraltro, una crisi che egli stesso aveva previsto in precedenza) il valore dell'insegnamento di Federico Caffè, il grande economista misteriosamente scomparso, affettuosamente ricordato da Vasapollo come suo “maestro”, il quale ha avuto il merito, nella sua carriera, anche al di fuori dell'Università, di coltivare una scuola di allievi eclettica, eterogenea, in cui anche impostazioni di ricerca che si richiamassero al marxismo, e, quindi, ad una teoria economica eterodossa rispetto all'orientamento dominante nell'accademia italiana, hanno potuto trovare spazio e occasioni di valorizzazione.

Certamente, Vasapollo è una figura significativa anche sul piano dell'impegno civile, dell'impegno politico e sindacale, e rappresenta, quindi, quella figura di intellettuale impegnato organicamente nella società, che esprime con coerenza l'ideale marxiano di uomo di cultura. Il merito di Vasapollo consiste anche nell'aver fornito ai lettori un'approfondita rappresentazione di quelli che sono i principi fondamentali del marxismo; la sua presentazione della teoria economica di Marx costituisce oggi una delle pochissime esposizioni sistematiche e aggiornate (probabilmente l'unica) disponibili al lettore italiano. L'importanza di questa uscita editoriale, quindi, vale tanto dal punto di vista strettamente scientifico, quanto dal punto di vista culturale e politico, perché in entrambi i casi si tratta di uno strumento di formazione e di approfondimento, di ricerca, assolutamente aggiornato e utile per gli studi futuri, il cui piano è sostanzialmente definito nella stessa presentazione dell'Autore.

Anzitutto, il testo avvia la sua riflessione su quello che è l'essenza stessa del capitalismo; a differenza di tutti gli altri sistemi economici della storia, il capitalismo è caratterizzato dalla sua intrinseca finalità alla produzione di valore, fine a se stessa ed essenza autentica dello stesso potere politico all'interno di questo modo di produzione. Mentre i sistemi economici non capitalistici impiegano il denaro al fine di un allargamento della produzione di merci, nel capitalismo, al contrario, la produzione di merci è posta al servizio dell'accumulazione di capitale. Questa stessa essenza è all'origine delle contraddizioni insite nel capitalismo, ed è la trasformazione del capitale, attraverso un processo di concentrazione che tende a eliminare i capitali più piccoli a tutto vantaggio di quelli più grandi, in un intreccio sempre più stretto tra capitale industriale e banche, che porta, in ultimo, alla ricorrenza di crisi sempre più acute che non sono altro che momenti in cui avviene la ridistribuzione e la concentrazione dei capitali fino alla disintegrazione globale del sistema stesso nel confronto durissimo tra gli ultimi concorrenti rimasti in campo.

Il sistema economico capitalista è, quindi, caratterizzato dalla sua stessa tendenza ad un ampliamento di dimensioni che idealmente finisce per coincidere con la globalità del mondo stesso; in effetti, la fase che stiamo vivendo oggi, denominata comunemente “globalizzazione”, non è altro che la globalizzazione del capitalismo, vale a dire l'ampliamento della diffusione sul piano planetario del capitalismo attraverso la concorrenza sempre più aspra tra blocchi capitalistici.

La globalizzazione finanziaria è, così, l'espressione di una crisi latente nel sistema capitalistico, che dimostra la validità dell'analisi marxiana del sistema al di là di quelle che sono state, anche nei tempi più recenti, le discussioni intorno al valore scientifico della stessa teoria di Marx.

Vasapollo si impegna in una discussione teorica molto approfondita sulla storia del capitalismo, da un lato, e sulla storia delle sue interpretazioni (quelle convenzionali e quelle di ispirazione marxista) dall'altra; la ragione stessa del titolo scelto dall'Autore consiste in una “critica” dell'economia convenzionale che, dal punto di vista marxista, oggi è necessaria non meno che negli anni stessi in cui Marx per primo si impegnò nella critica dell'economia politica. Se Marx sviluppò la sua interpretazione del capitalismo alla luce della critica approfondita di tutti i grandi economisti “classici”, oggi il bersaglio polemico del marxismo contemporaneo è, ovviamente, quel neoliberismo forsennato che ha dettato, e detta tutt'oggi, le linee guida dell'azione politica dei governi occidentali, tanto nei confronti dei Paesi arretrati, quanto, ormai, di quelli di più grande sviluppo, attraverso proposte che la stessa prospettiva classica avrebbe criticato, o perlomeno non avrebbe condiviso pienamente, proprio perché, in fondo, economisti come Smith e Riccardo nel loro tempo ebbero una visione molto più realistica e oggettiva dei problemi insiti nella natura stessa del capitalismo, di quanto non sia oggigiorno la consapevolezza dei neoliberisti contemporanei, incapaci di cogliere nella loro stessa ricetta le radici, i germi, di una distruzione dell'ambiente umano, ed anche di quello naturale, che è evidente sotto gli occhi di tutti, e che è causata dalle stesse politiche economiche oggi attuate sia a livello nazionale, dai singoli governi, sia a livello mondiale, attraverso gli organismi di coordinamento di cui si è dotato il capitalismo “globalizzato”.

La prospettiva e lo scopo del trattato è, dunque, quello di attualizzare il marxismo stesso e di rinnovare quel modello alternativo al capitalismo che il marxismo ha sempre additato, ma che non può essere applicato pedissequamente dall'alto, attraverso le mediazioni che dall'astrazione del modello stesso dovrebbero portare alla sua concreta realizzazione nella prassi e nelle società in carne ed ossa. Un merito di Vasapollo è, in effetti, quello di avere sottolineato in maniera forse ancora più netta che in altri suoi scritti recenti, inclusa la prima edizione del Trattato stesso sopra menzionata, l'importanza di una visione del marxismo stesso non dottrinaria e dogmatica, come è, invece, avvenuto per molto tempo ed ancora avviene in alcuni circoli economici e politici che si vogliono rifare al marxismo. Marx stesso, d'altra parte, si impegnò per definire la sua teoria non come un modello da considerare con rispetto quasi sacro, ma piuttosto come uno strumento per l'agire concreto, per quella prassi che il marxismo avrebbe dovuto orientare e per quel cambiamento sociale che deve fare sempre i conti con il mutare delle prospettive storiche. Di conseguenza, è il sistema di pensiero marxiano stesso che rifugge dalle sistematizzazione dogmatiche per privilegiare, invece, una funzionalità del pensiero stesso rispetto all'azione concreta e che non può prescindere mai, se vuole essere efficace, da una considerazione del presente nelle sue specificità e particolarità, che rende ogni momento storico, ogni situazione contingente diversa da tutte le altre e, soprattutto, non leggibile attraverso le lenti inevitabilmente deformanti dell'astrazione di un modello precostituito.

Il marxismo, quindi, non è un modello precostituito di società e non è nemmeno un modello astratto d'interpretazione universale del capitalismo stesso. L'Autore, quasi con ironia, sottolinea come l'espressione stessa “capitalismo” tanto apprezzata ed utilizzata dai suoi critici dogmatici, non si trovi nelle opere di Marx stesso, segno che l'analisi del sistema compiuta nella più grande opera di Marx non è da concepire come universalmente valida, ma debba essere considerata piuttosto uno strumento al servizio di analisi specifiche e concrete che orientino prassi altrettanto specifiche e concrete. Non si tratta, in fondo, d'altro che di quelle che furono le critiche mosse dallo stesso Marx alle teorie economiche classiche e, in particolare, alle prime forme di socialismo utopistico che il filosofo tedesco inserì nel novero delle sue stesse critiche. Il lettore del Trattato trova, quindi, una nuova considerazione delle principali scuole di pensiero socialista pre-marziane, dall'inglese Ricardo ai francesi Proudhon e Saint-Simon, una considerazione critica anche delle opere di indole marxista dedicate nel Novecento agli sviluppi, posteriori a Marx, del capitalismo e in particolare alle teorie storiche della fase finanziaria fino alla celebre interpretazione leninista dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo, di cui Vasapollo tiene debito conto, riferendosi, comunque, in varie circostanze a visioni dell'economia marxista differenti, come la stessa prospettiva teorica che emerge dall'esperienza concreta di transizione al socialismo in atto da cinquant'anni a Cuba.

L'Autore offre, quindi, ai suoi lettori una chiara rappresentazione della teoria di Marx, che si sofferma sulla definizione di quelli che sono i capisaldi della visione marxiana dell'economia capitalistica; in particolare, si tratta di una riflessione sul concetto di valore e sulla sua origine. Come si sa, l'affermazione fondamentale che caratterizza questa teoria economica è che il valore deriva dal lavoro e che, in particolare, lo scopo dell'attività capitalistica consiste nella produzione di un maggior valore, plusvalore appunto, estratta da un'eccedenza di lavoro che il capitalista riesce a estrarre dalla giornata quotidiana del lavoratore stesso senza remunerazione adeguata. Ovviamente, questa impostazione è molto più articolata e complessa di quanto qui possa tratteggiare, e nella teoria marxiana, come pure negli sviluppi posteriori che ne sono venuti, attraverso l'opera di grandi studiosi come quelli sopra citati (il Capitale stesso uscì solamente in parte nel corso della vita del suo autore, e proprio le parti del suo pensiero che più attengono ai temi oggi drammaticamente d'attualità furono pubblicate postume) la descrizione crisi dell'estrazione di plusvalore dal pluslavoro ha come conseguenza la sua estrema versatilità quale strumento di interpretazione delle dinamiche concrete del sistema economico, specialmente in periodi come l'attuale, caratterizzati da una profonda crisi che consiste nella difficoltà, da un lato, di valorizzare i profitti, dall'altro, nella crescente precarietà delle condizioni di vita dei lavoratori.

Sarebbe qui estremamente difficile riprendere tutti gli elementi di questa analisi; si può soffermare l'attenzione sulle principali tesi di Vasapollo solamente dopo avere dato almeno una visione panoramica di quello che è il suo argomentare complessivo. In particolare, l'economista della Sapienza si concentra su quelli che sono i limiti normali degli strumenti a disposizione dell'economia convenzionale, in particolare di quella di stampo neoliberista, per la misurazione degli stessi parametri di riferimento nella valutazione dello stato del sistema. La contabilità del prodotto interno lordo, infatti, è evidentemente inadeguata a considerare tutte le variabili presenti nella contingenza e nel lungo periodo; in particolare, il prodotto interno lordo appare oggi come una misura contabile adatta, forse, alle finalità di controllo della situazione finanziaria e produttiva complessive da parte di quelle oligarchie che gestiscono e detengono il potere finanziario dei flussi di investimenti; e il rapporto tra consumo e risparmio, in sé, può essere un orizzonte valido solo per una prospettiva economica angusta, che vuole tenere sotto controllo le cifre e garantire, quindi, la distribuzione di profitti e rendite tra i principali operatori. Il prodotto interno lordo, di per sé, non genera miglioramenti nella qualità della vita, ed anzi quegli Stati che si sono assoggettati alla dittatura del prodotto interno lordo si sono visti drasticamente ridotte le prospettive di benessere; le popolazioni di questi Paesi oggi sono ovunque colpite dalla crisi; ciò vale tanto per i Paesi più deboli, quanto per gli stessi Paesi che si trovano nel cuore del sistema capitalistico. La vita economica dentro il sistema capitalistico, misurata sulla base della crescita del prodotto interno lordo, non fa altro che generare squilibri e crisi; le stesse politiche che, grazie al sostegno di un fronte politico di sinistra e progressista, hanno cercato di collocarsi all'interno del sistema capitalistico stesso, accettandone le regole al fine di una più equa redistribuzione dei redditi, si sono dovute arrendere di fronte al mutare di una situazione che non consentiva più quelle pratiche redistributive praticate nel confronto costante tra le diverse parti sociali per la modifica parziale delle destinazioni finali dei profitti ottenuti.

Il neoliberismo non ha fatto altro che ridurre i margini utili per queste manovre di ridistribuzione e il risultato è oggi il passaggio sostanziale da uno Stato del benessere (Welfare State) ad uno Stato del profitto (Profit State) del tutto incurante di quelli che sono i fondamenti di una convivenza vivibile tra le classi, anche all'interno dell'evidente ingiustizia insita nella concentrazione delle ricchezze e delle povertà persino nei Paesi più evoluti. Di conseguenza, la crescita economica quantitativa non coincide affatto con lo sviluppo reale qualitativo, e tutte le ideologie dello sviluppo sono entrate in crisi ed hanno trovato la loro confutazione proprio alla luce dell'insostenibilità dei modelli di ridistribuzione che, all'epoca d'oro del capitalismo (anni Cinquanta-Sessanta), potevano essere, con difficoltà e tra mille contraddizioni, praticate, attraverso la concertazione degli interventi tra le parti sociali (in particolare gli organismi di rappresentanza del patronato e le associazioni sindacali).

Le linee dell'argomentazione di Vasapollo procedono, quindi, a descrivere lo scenario mondiale con una critica approfondita di quello che è stata la reazione padronale alle politiche dello Stato del benessere e che hanno finito per determinare la dirompente crisi finanziaria globale contemporanea; ma quello che è ancor più importante nel Trattato è che le stesse matrici ideologiche di queste ricette neoliberiste sono approfonditamente esaminate e colte nella loro intrinseca contraddizione attraverso una attenta ricognizione storica che analizza i modelli diffusi, nel corso del Novecento, per l'interpretazione dello stato dell'economia e della sua guida nella prospettiva dello sviluppo, tanto agognato come indicatore complessivo di benessere; di conseguenza, viene data una forte attenzione a quelli che sono i modelli di matrice keynesiana, diffusi soprattutto verso la metà del secolo scorso, che consentirono lo sviluppo tanto di un'analisi economica dell'allora fiorente capitalismo mondiale, soprattutto occidentale, europeo e nordamericano, quanto la definizione e la gestione di politiche economiche efficaci volte a utilizzare la ricchezza prodotta in funzione di una sua più equa distribuzione. Ovviamente, la successiva crisi teorica della prospettiva keynesiana (lo stesso Caffè si può definire un economista ispirato da Keynes) ha determinato quelle riforme selvagge note sotto il nome di liberalizzazioni e privatizzazioni, che hanno fortemente compromesso la capacità d'azione degli Stati e introdotto quelle regole, così coercitive e anguste, che oggi impediscono persino agli Stati e agli organismi di coordinamento internazionale una presa di consapevolezza sulla situazione contemporanea.

Sul piano strettamente economico Vasapollo sottolinea la necessità di superare le contraddizioni e i limiti dei modelli convenzionali, attraverso l'unica analisi utile del presente che passa attraverso la definizione di uno scenario alternativo, in grado di cogliere le contraddizioni della crisi presente. Attraverso la definizione, quindi, di uno scenario economico di stampo socialista è possibile anche cogliere le contraddizioni della crisi capitalistica contemporanea, quel “sistema che produce crisi” e che sembra entrato da tempo nella sua crisi globale e “sistemica”, non un semplice “episodio” superabile con comportamenti adeguati. Si potrebbe dire, recuperando l'apporto dei classici, che il sistema di interpretazione delle dinamiche economiche, di stampo convenzionale, sia entrato in crisi con la contestazione neoliberista sposata dai governi occidentali e oggi dominante come metodo delle politiche economiche mondiali, e che, quindi, la critica di questo modello di gestione della crisi passi attraverso l'adesione ad una modello economico e politico radicalmente alternativo, come quello socialista.

Il socialismo presenta, del resto, una sua peculiare importanza, perché è proprio nella pianificazione e regolazione della vita economica che si può cogliere tanto la contraddizione interna del capitalismo, quanto la diversità del socialismo. Se il capitalismo è il sistema della valorizzazione del capitale fine a se stessa, in cui la produzione di merci è rivolta esclusivamente alla valorizzazione dei profitti, il socialismo e quel sistema che supera il capitalismo attraverso una nuova destinazione della stessa vita economica al servizio delle esigenze autentiche della collettività. Se il capitalismo oggi è caratterizzato dalla liberalizzazione selvaggia propugnata dai corifei del neoliberismo, il sistema socialista è caratterizzato da esperienze come quella cubana e dei Paesi dell'ALBA, particolarmente significativa perché si tratta di Paesi che hanno vissuto un passato di profondo sfruttamento capitalistico, superato attraverso una rivoluzione popolare, in cui la successiva pianificazione della vita economica si è trovata di fronte alla necessità di una programmazione di ampio respiro e i cinquant'anni anni circa di esperienza a Cuba hanno portato ad una visione equilibrata, in grado di superare le aporie della centralizzazione presenti nei sistemi di carattere sovietico, entrati in crisi negli anni Ottanta, e di proporre, quindi, una nuova alternativa che passa attraverso la partecipazione popolare diretta alle scelte decisionali, che non sono più soltanto di vertice, ma condivise attraverso una consultazione capillare di tutte le realtà locali e il protagonismo anche dei singoli cittadini nel proporre idee da porre all'attenzione di assemblee locali e poi delle istanze decisionali maggiori.

La parte conclusiva del trattato si pone come anello di congiunzione ideale con il secondo volume, uscito l'anno scorso, e propone al lettore un'attenta analisi di quello che è, in realtà, la deriva conclusiva del capitalismo contemporaneo. La nuova rivoluzione industriale, con le accentuate innovazioni tecnologiche, la trasformazione del panorama produttivo con i fenomeni connessi di delocalizzazione degli impianti e flessibilità del lavoro, fino alla sua scomparsa e negazione, diventa oggetto di un'analisi serrata, in cui fondamentalmente si definisce la globalizzazione stessa come competizione globale che determina la crisi del sistema. Sono, infine, delineati con precisione percorsi alternativi attraverso l'affermazione del ruolo della politica, che deve assumere un compito di guida dell'economia stessa; anche in questo caso, l'esempio che viene daì “sud” del mondo, in particolare dall'America India permette di individuare nel rapporto corretto dell'uomo con la natura attraverso le pratiche del “vivere bene” (Vivir bien) un modello di sviluppo che può guidare anche l'Occidente sul piano etico-politico oltre che su quello dell'economia reale.

Prof. Pesci.

11 settembre 2013
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