Scuola e università nel capitalismo della prima e della seconda rivoluzione industriale

Autore: Luis Bonilla-Molina

fonte: luisbonillamolina.wordpress.com/2020/03/26/la-escuela-y-la-universidad-en-el-capitalismo-de-la-primera-y-segunda-revolucion-industrial/

 

L’avvento del capitalismo ha comportato uno straordinario riordino dell’economia, della cultura, della società e del campo educativo.

Prima, alla scuola feudale, destinata ai nobili e fortemente elitaria, avevano accesso pochissimi proletari, comunque rigorosamente maschi. L’ordine e il potere avevano funzionato con questo modello di apprendimento. I testi religiosi erano lo strumento principale per l’apprendimento della lettura e della scrittura della plebe; ed erano al contempo i depositi delle conoscenze necessarie al mantenimento al potere delle classi egemoni.

Successivamente, la riforma carolingia ampliò l’accesso all’istruzione (sempre religiosa), permettendone l’ingresso a “laici” per garantire l’egemonia culturale nei territori dominati, il che sarebbe durato, pur con alcuni varianti, fino alla riforma del Sinodo del 1059, che avrebbe esteso leggermente l’accesso alla formazione scolastica. L’educazione richiesta dalle società feudali del tempo faceva ampio ricorso al metodo mnemonico.  Il fulcro di questo sistema era l’accesso mnemonico alla conoscenza, ma la comprensione di come si produceva tale conoscenza rimaneva una questione divina e di pertinenza della chiesa. La conoscenza (mnemonica) sosteneva l’ordine di cose esistente; ma la comprensione era pericolosa.

Nella lunga transizione dal feudalesimo al capitalismo, la scuola ha acquisito un nuovo volto, una nuova concettualizzazione. L’Illuminismo e lo sviluppo scientifico dei secoli XVIII e XIX gettarono le basi per la prima e la seconda rivoluzione industriale, con un impatto diretto sulla formazione e sull’impulso del capitalismo industriale. L’apprendimento basato sulla memoria non era più sufficiente; servivano memoria e comprensione della genesi e dello sviluppo della conoscenza, necessarie per espandere e specializzare le conoscenze richieste dal capitale in quel momento storico, che richiedeva l’accelerazione dell’innovazione tecnologica.

Il capitalismo ha strutturato i saperi in base alla sue esigenze per migliorare, ottimizzare e migliorare la macchina produttiva e sociale. Il capitalismo ha rafforzato la divisione della conoscenza in campi (scienze naturali, scienze sociali, scienze umanistiche, scienze forti, filosofia) e questi a loro volta in discipline. I principi che hanno guidato questa strutturazione sono stati gli antecedenti logici di ciò che ora conosciamo come efficienza ed efficacia della conoscenza. Il capitalismo ha fatto il mondo e le sue istituzioni a immagine e somiglianza delle sue macchine, nate nella prima e nella seconda rivoluzione industriale.

La logica della macchina newtoniana ha permeato lo sviluppo della pedagogia e della scuola, del liceo e dell’università. L’insegnamento si basava su una pedagogia vista come assemblaggio di componenti (didattica, curriculum, valutazione, pianificazione, gestione), e l’apprendimento veniva declinato in termini di prodotti replicati e valutati secondo la logica di produzione dei beni generati nelle fabbriche (scuole). I sistemi scolastici erano articolati a partire dall’impostazione di Comenius (materna, comune, ginnasio, accademia) come segmenti di produzione separati ma assemblati, strutturati in base alla loro complessità (età, sviluppo fisico). La visione educativa  di Comenius,  secondo la quale l’educabilità umana era fondata sulla sua stessa natura (sviluppantesi per fasi, ndr), si convertì nella cinghia di trasmissione della logica capitalista nella scuola.

La conoscenza ha quindi richiesto memoria, informazione, comprensione e gestione di processi meccanici, favorendo la sperimentazione e lo sviluppo concettuale, nell’ottica dell’utilità di sistema, delle “macchine” del capitalismo economico, politico, sociale, culturale e tecnologico.

L’idea che per migliorare ogni intero (“macchina”) fosse necessario perfezionare le parti (“assemblati”) e perfezionare nel dettaglio i meccanismi (“sistemi”), ha facilitato la costruzione di un’epistemologia disciplinare dell’istruzione, dei processi di insegnamento-apprendimento e dei sistemi scolastici.

Il percorso scolastico è stato modulato secondo la visione di Comenius, la cui logica dell’organizzazione per discipline ha fondato l’idea delle materie come nodi di una catena di montaggio. Le materie sono state divise in obiettivi sequenziali, alla maniera di una catena di produzione, e le valutazioni hanno adempiuto alla funzione di controllo nella riproduzione di conoscenza (“merce”). La relazione tra obiettivi si pone poi come necessità interna di specializzazione e complementarietà con altre conoscenze.

La formazione degli insegnanti si è svolta all’interno dei vari componenti della pedagogia, specializzandosi in ognuna di esse, al punto tale che alla fine difficilmente si aveva una visione complessiva del tutto; l’idea era che i direttori, i supervisori e le autorità educative in generale fossero i responsabili del coordinamento dell’assemblaggio dei processi. Sono emersi specialisti in curriculum, valutazione, pianificazione, didattica, innovazioni, gestione della classe, gestione del campus. Il tutto scomposto in parti, e la pedagogia non era più compresa nel suo rapporto con il tutto sociale. Ma questo era ciò di cui aveva bisogno il capitalismo della prima e della seconda rivoluzione industriale. Nei preludi della terza rivoluzione industriale, la specializzazione  pedagogica avrebbe portato all’autonomia delle parti della “macchina” pedagogica, dove ogni singola parte entra in competizione con le altre (curriculum contro didattica, valutazione contro gestione, ecc.), senza mai diventare una nuova “macchina”.

traduzione di Antonio Allegra

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