Intervista al Prof. Luciano Vasapollo da SERMOS GALIZA del 30 novembre 2012

“Dalla crisi non si esce con un nuovo modello keynesiano, bisogna avanzare verso il superamento del capitalismo”

Luciano Vasapollo (Italia) è Dottore in Analisi economica-matematica-statistica dei fenomeni sociali dell’Università di Roma “La Sapienza”, dove è professore titolare di Analisi Dati di Economia Applicata e Delegato del Rettore per le Relazioni internazionali con i paesi dell’ALBA . Inoltre, è Direttore Scientifico del Centro Studi delle Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES) legato al sindacato “Unione Sindacale di Base” integrata nella FSM, e della rivista Proteo. Lo scorso fine settimana ha partecipato alle Giornate Internazionali di Economia “Comprendere la crisi” organizzate dalla FESGA a Lugo, nelle quali ha dissertato in merito agli effetti sociali della crisi in Europa.

di Xabier P. Igrexas da SERMOS GALIZA del 30 novembre 2012

Professore Lei definisce la UE come una “Super-Germania” e l’euro come un “Super-marco”.

La costruzione europea, dell’unione sia come potenza geo-economica sia come area monetaria, è la costruzione di un polo imperialista che compete contro gli USA e altri attori. Nel quadro della competizione globale c’è l’area del dollaro, l’area asiatica e anche l’area europea. Pertanto, la costruzione europea è una costruzione imperialista, al servizio di una visione economica, politica, monetaria e potenzialmente militare. Il nucleo duro è il modello tedesco, con la sua forza economica, con il suo modello esportatore, con il marco che è stata la moneta più forte sulla quale si è costruito l’euro. Tutta la costruzione europea si basa è incentrata sul ruolo imperialista. Questo vuol dire che paesi come Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna sono stati costretti a essere  funzionali alla nuova divisione internazionale del lavoro, a questo modello esportatore dell’impresa tedesca e alle regole   volute e imposte dal sistema bancario tedesco e quindi dalla BCE.

Che ruolo ha la periferia europea nell’attuale UE?

A partire dai primi anni ‘70 decisero di costruire un modello in cui l’industria tedesca doveva essere centrale e l’esportatore principale che ha sempre bisogno, logicamente, di qualcuno che importi all’interno di una proprio polo geoconomico e geopolitico di riferimento. Per questo nell’area semiperiferica dei paesi mediterranei, si sono forzati questi paesi alla delocalizzazione produttiva, alla privatizzazione e a chiudere l’era dell’intervento degli Stati nell’economia, per permettere che all’interno della costruzione dell’UE non  si rafforzassero competitori industriali contro la Germania e allo stesso tempo avessero un’economia importatrice, in cui il loro principale ruolo è di servizi di basso valore aggiunto, e agire come consumatori e importatori. Tutto quello che succede oggi nell’Europa mediterranea è il risultato di ciò che si è iniziato a fare dai primi anni ‘70, periodo in cui è iniziata la crisi attuale. Quella che noi viviamo non è una crisi finanziaria, non è solo una crisi ciclica iniziata nell’ anno 2007; è una crisi che origina dopo la fine dell’accordo  di Bretton Woods, una crisi sistemica di sovra-accumulazione di capitale e in questo contesto va riducendosi  sempre più lo spazio competitivo a livello internazionale e per questo che i potentati economico-finanziari europei  necessitano di un’area monetaria e politica molto forte, perché se così non fosse, la Germania non avrebbe spazio nella competizione globale.

Abbandonare l'euro e l'Unione Europea è una pazzia o una misura necessaria?

Se si pensasse di uscire dall’euro con una via “ nazional-fascistoide” ,con un singolo paese, con la vecchia moneta, la finanza internazionale non lo permetterebbe e si rafforzerebbe l’attacco speculativo finanziario e  monetario.  Ma, se si partisse da un nuovo protagonismo della classe lavoratrice in una visione internazionalista capace di porsi sul terreno di  percorsi e processi di lotta per creare un’area per uscire contemporaneamente e in maniera congiunta dall’euro, tre, quattro o cinque paesi, per costruire un’alleanza economica e commerciale, con una moneta virtuale di compensazione, questa formula doterebbe questi territori della stessa forza che ha oggi l’ALBA in America Latina. L’unico modo è iniziare a dare battaglia a partire dal movimento sindacale conflittuale e dai movimenti sociali, affinché non si paghi il debito, e destinare le risorse economiche a investimenti di carattere sociale. Nello stesso tempo, è necessario nazionalizzare le banche, che significherebbe poter orientare la linea di credito verso i settori strategici, e, come anche si sta facendo nell’ALBA, nazionalizzare i settori energetico, trasporti e telecomunicazioni,rafforzando il ruolo pubblico e gratuito di efficienti servizi nella sanità, istruzione sistemi pensionistici e di sostegno al reddito che, tutto ciò darebbe un ulteriore impulso all'economia in una dimensione sociale, efficiente e solidale.

E’ in completo disaccordo con le tesi che riducono al solo aspetto finanziario la portata di questa crisi.

E’ molto conveniente  e strumentale per  gli agenti del capitale e per gran parte della "sinistra" europea occidentalcentrica, parlare solo di crisi finanziaria. Perché se la crisi fosse solo finanziaria, si potrebbe risolvere facilmente e immediatamente. Come? Con la regolamentazione dei mercati, dopo averne imposto la deregolamentazione forzata. Se  si dovesse pensare che funziona il capitale produttivo e non funziona il capitale finanziario, l’unica cosa che si dovrebbe fare, secondo questa tesi, sarebbe imporre regole di controllo ed “equità” al capitale finanziario. Ma questa è una pazzia e una falsità. Perché oggi il grande capitale finanziario e il grande capitale produttivo sono intrecciati uno all’altro. Inoltre, lo sfruttamento della forza lavoro avviene nel circuito della cosiddetta economia reale, non nel circuito finanziario. La finanza necessita del capitale produttivo, perché quando non esiste il margine per un tasso di profitto conveniente per un ciclo completo di valorizzazione del capitale, si utilizza la finanza per trasformare i proventi in rendita e tentare di sopravvivere. I grandi nuclei del capitale sono nello stesso tempo produttivi e finanziari. Accettare questa idea di combattere solo la finanza significa non avere un’idea anti-capitalista di superamento dell’attuale modo di produzione.

Esiste un’alternativa al capitalismo?

Esiste, è chiaro. Non accettare le regole del capitale. Capire che questo capitalismo non è riformabile, che da questa crisi non si esce con un nuovo modello keynesiano ,né in chiave di soluzione economica che rimane comunque compatibile alle regole di sfruttamento del modo di produzione capitalista. L’uscita deve passare per il controllo della tecnologia e per il ritorno alla centralità della politica  che determini le regole e le condizioni dell’economia e non il contrario come avviene nel capitalismo. E’ necessario un nuovo ruolo protagonista delle/dei lavoratori e dei movimenti sociali, affinché si realizzi un primo passo di  lotte per rivendicazioni sul terreno tattico della ridistribuzione della ricchezza, ma mantenendo sempre la linea, l’orizzonte strategico, della conquista di fette di potere nel conflitto capitale-lavoro per il necessario  progetto strategico di superamento del modo di produzione capitalistico. Oggi proporre la nazionalizzazione delle banche, non pagare il debito, la nazionalizzazione dei settori strategici, uscire dall’Europa dell’euro, f rilanciare  una forte  ripresa della diverse forme di lotta  che la classe dei lavoratori può concretamente  attivare contro il capitale nelle sue diverse configurazioni, significa combinare  ogni sforzo tattito per corretti e necessari obiettivi di ridistribuzione di reddito e della ricchezza, con l’idea di creare una soggettività di classe in cui sia  sempre presente ben chiaro il percorso strategico del superamento dell’attuale sistema dello sfruttamento capitalista.

Traduzione a cura di Paola Tiberi della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

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