Nessun tipo di consenso all’UE

Intervista a Luciano Vasapollo

Siamo ormai giunti alle porte delle elezioni europee e il dibattito politico è ancora una volta pietoso. Da un lato assistiamo alla guerra civile simulata messa in atto dai leader dei principali partiti italiani (Renzi, Grillo e Berlusconi), dall’altro osserviamo come i media tradizionali gareggiano a chi snobba di più i cosiddetti piccoli partiti, che stentano a trovare spazio nel dibattito nazionale. Insomma, niente di nuovo.

E’ preoccupante quanto sta accadendo in questi mesi, perché alla luce degli effetti portati in Europa dalla più grande crisi economica degli ultimi 100 anni la discussione politica intorno a temi fondamentali come economia, lavoro, energia e istruzione è ridotta ai minimi termini. Mai come ora abbiamo un urgente bisogno di ritornare a parlare di politica, andando nel merito delle questioni e analizzando in maniera scientifica cosa è accaduto in questi anni e perché.

Ettore Gallo ha intervistato per unchained il docente ed economista Luciano Vasapollo, autore del libro “PIIGS, il risveglio dei maiali“, profondo conoscitore della politica e dell’economia sudamericana, intellettuale militante da sempre impegnato a studiare gli effetti delle trasformazioni economiche e sociali in atto.

L'intervista

Partiamo con le elezioni europee. La campagna elettorale è iniziata da mesi, anzi, sembra che non si sia mai interrotta in tutti questi anni. Quali “idee” di Europa sono state presentate in queste elezioni, ammesso che vi siano delle idee differenti?

Penso che queste elezioni diano la concreta rappresentazione né più né di meno di quello che già tanti anni fa si identificava come “pensiero unico”; non vedo una forte distinzione fra i programmi dei partiti di centrodestra e di centrosinistra, tanto in Italia quanto a livello europeo. Mi sembra che sostanzialmente si riproponga a livello elettorale il consolidamento della strategia di rendere sempre più subalterne le classi lavoratrici, intese in senso ampio: dagli immigrati, ai precari, ai disoccupati, fino all’ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro stabile, che continua a vedere contrazione di diritti e salari che sempre più hanno perso la loro capacità di acquisto.

È chiaro come vi sia una politica egemone che impone le scelte sociali e le direttive della Troika, della BCE, del FMI e della Commissione Europea. Elezioni, quindi, semplicemente funzionali a dare consenso all’Europa dei poteri forti, all’Europa della borghesia trasnazionale, all’Europa delle banche, all’Europa della Troika. Sia a destra che a sinistra il dibattito è da tempo concentrato unicamente sull’eventualità di continuare con le politiche restrittive monetariste di austerità o riformare l’Europa su improbabili nuove politiche keynesiane (il che ovviamente è un’idiozia, in quanto gli economisti ben sanno che in una fase di crisi sistemica del capitale ciò non sia possibile, non essendoci in questa crisi spazio per politiche di un riformismo che possa praticare una qualsiasi forma di concreta redistribuzione dei redditi a favore dei lavoratori).

Gli schieramenti politico-istituzionali rappresentano o vogliono dare rappresentanza alla coercizione, alla subalternità del mondo del lavoro a queste politiche: nel Parlamento Europeo non c’è un partito, un tentativo di rappresentanza istituzionale che dia  voce alle istanze dei movimenti sociali, del sindacato conflittuale, di chi vuole costruire una società fuori dai diktat della borghesia trans-nazionale europea. Quando ci si presenta con ipotesi alternative si accetta di essere funzionali e poi sottomessi all’imbroglio attraverso l’imbroglio di in un doppio tranello: uno è il populismo fascista (è il caso Le Pen in Francia, che vola cavalcando l’attacco all’Unione Europea per riproporre un nazionalismo razzista, riprendendo i contenuti più beceri e infami dell’ideologia fascista), l’altro è il populismo “alla grillini”, stupido e qualunquista, che cerca di raccattare voti da destra e da sinistra con critiche idiote del tipo “la politica fa tutta schifo”, “i partiti sono tutti uguali” o ovvie banalità nei risultati delle politiche economiche, confermate dalle statistiche di Istat o Eurostat, come “l’Europa provoca disoccupazione”.

Oltre ciò non c’è una proposta vera di alternativa.

Serve qualcosa di diverso, servono proposte radicali a forte impronta anticapitalista, non tanto contro l’Europa, ma contro l’europeismo imperialista. Va posta subito la questione dell’uscita dall’Euro, la rottura dell’Unione Europea e, in generale, rafforzare i percorsi di lotta per la fuoriuscita immediata da ogni logica di connivenza con la UE.


Max Weber, agli studenti che gli chiedevano quale futuro si prefigurasse per la Germania subito dopo la Prima Guerra Mondiale, rispondeva: «La cattedra non è né per i demagoghi né per i profeti». Ovviamente non le chiedo di profetizzare un futuro mai come ora incerto, ma, in base all’osservazione empirica dell’economia attuale e degli ultimi anni, quale crede siano le prospettive di uscita dalla crisi in Europa se dovessero mantenersi invariate le politiche dei governi nazionali e della Troika europea?

Parto da due considerazioni: nessuno di noi su complesse problematiche economico-politico sociali, che hanno a che fare con la Storia con la S maiuscola, e tantomeno gli economisti possono fare previsioni. Quando vi dicono in televisione o sui libri “nel modello previsionale X si pensa che a 10 a 30 anni avvenga questo”, vi stanno raccontando bugie: ogni modello previsionale è basato su un numero spropositato di variabili e cambiandone una nella realtà fattuale (es. il tasso di inflazione o del prezzo del petrolio) si ha davanti domani, dopodomani un futuro economico diverso da quello che abbiamo prospettato oggi. Si possono leggere le tendenze: la capacità di ragionamento politico-economico può percepire alcune tendenze di fondo che vanno verificate nel reale, ma non altro.

Secondo aspetto. Da un altro punto di vista, si pone il problema della figura dell’intellettuale che interpreta la realtà: non credo all’intellettuale in quanto tale, ma all’intellettuale militante, che elabora analisi, ricerche, teorie, ma le va a verificare sul campo nelle dinamiche della lotta di classe, vicino ai movimenti di lotta, ai movimenti sindacali conflittuali. Alcuni direbbero “intellettuale interno alla società”, io dico “interno alla classe”, perché la società è un termine troppo generico che non fa i conti con la scientificità del materialismo storico. Non mi interessa il cittadino, mi interessano le problematiche di classe di chi vive del proprio lavoro. Non bisogna solo teorizzare, ma anzi è ben importante il processo all’inverso: stare all’interno dei movimenti sociali, del lavoro e del lavoro negato, apprendere quali sono le contraddizioni reali, non teoriche, e basare nell’analisi sul campo le proprie elaborazioni. Da molti anni seguiamo questo metodo con tanti intellettuali militanti della Rete Internazionale in Difesa dell’Umanità, costituitasi parallelamente all’ALBA nel 2004, con cui abbiamo analizzato le varie facce, condizioni, ricadute sociali e politiche da varie angolature della crisi internazionale. In Italia abbiamo fatto un lavoro straordinario con i compagni del Centro Studi Cestes Proteo dell’RdB, ora dell’USB.

In tempi  non sospetti, già a metà degli anni ’90, abbiamo evidenziato due fattori importanti: il primo è la costituzione del polo imperialista europeo, che poneva il problema della competizione globale, ovvero di ciò che in termini leninisti si identifica come scontro inter-imperialistico; c’era e c’è un problema di dominio internazionale, di spartizione di aree, un problema politico economico, militare, commerciale, di produzione e distribuzione, ma anche un problema di aree valutarie e aree monetarie.

Analizzavamo e consideravamo fin da allora che la crisi che stavamo attraversando non era più di tipo congiunturale, ma una crisi strutturale e che stava assumendo un carattere sistemico. Congiunturali sono le centinaia di crisi periodiche, cicliche e congenite al modo di produzione capitalistico; il capitalismo ha bisogno di crisi per rilanciare il tasso di accumulazione e per distruggere quelli che sono i fattori produttivi in surplus, siano essi forza lavoro, capitale, ecc. Ben più profondo è il caso in cui si intaccano profondamente i meccanismi di accumulazione e allora si esce da una crisi strutturale come nel ’29, cambiando il modello di produzione, cambiando la struttura del processo di accumulazione. Pensiamo al ’29, come data che ha sancito il passaggio di massa al fordismo, all’uso dell’energia a petrolio, l’entrata del keynesismo, ovvero del sostenimento della spesa pubblica, con lo Stato in un ruolo di produzione e redistributore. Ci tengo a sottolineare che keynesismo vuol dire sostenimento della spesa pubblica, non necessariamente della spesa sociale, che è stata squisitamente alta unicamente quando il movimento dei lavoratori è stato forte e ha rivendicato nelle dinamiche di lotta vincenti nel conflitto capitale-lavoro, oltre al salario diretto, anche salario indiretto e differito. Agire profondamente sulla spesa pubblica implica uno Stato interventista, oltre che regolatore, che delinea le politiche economiche sulla domanda. Ma significa anche intervenire sulle spese improduttive o militari (si veda il costante agire dal ’29 del keynesismo militare e tutto ciò che ne consegue).

Abbiamo imparato dalla storia che da crisi così forti, strutturali, il capitalismo ne esce con le guerre: dalla crisi dell’impero a guida inglese se n’è usciti con la Prima Guerra Mondiale e il riassetto postbellico che ha visto la disgraziata avventura del fascismo e del nazismo, mentre la Seconda Guerra Mondiale chiude la crisi del ‘29 con la nuova leadership degli Stati Uniti.

Dagli anni ’70, con la chiusura degli accordi di Bretton Woods entra in crisi anche l’egemonia statunitense, con gli USA che sorreggono la loro leadership su due fattori fondamentali: la potenza militare (chi non è d’accordo viene attaccato direttamente o indirettamente con il terrorismo di Stato e le guerre militari) e un’egemonia economica-monetaria basata sul loro modello importatore e sul dollaro come valuta di regolazione internazionale. Avviene però nel contempo che due dei paesi che avevano perso la Seconda Guerra Mondiale, la Germania e il Giappone (non l’Italia, guidata da una borghesia che è classe dominante, ma non dirigente) potessero opporsi al modello aggressivo anglosassone rafforzando la potenzialità di sviluppo puntando sul loro modello di capitalismo renano-nipponico basato più sul consenso, sulla compartecipazione, sulla concertazione, e calmierando il confitto mantenendo i salari relativamente alti. La Germania ha conosciuto, nel dopoguerra, un forte processo di industrializzazione, con commistione tra l’impresa privata e l’impresa pubblica e un modello fortemente incentrato sull’export.

È proprio dagli anni ’70 che entra in crisi il modello di accumulazione fordista-keynesiano e gli investimenti produttivi non realizzano più un valore atteso in termini di tasso di profitto. Mi spiego: da 30 anni e oltre a oggi è aumentata la massa di profitto globale, ma è diminuito il tasso; ciò significa che per ottenere un certo margine di profitto necessitano sempre maggiori investimenti produttivi, che  spesso però si trasformano, nella ricerca della realizzazione facile e più remunerativa, in investimenti finanziari. Si cerca così di colmare con la speculazione in rendita finanziaria, immobiliare e di posizione la significativa difficoltà a valorizzare il capitale attraverso il necessario “adeguato” tasso di profitto. Per noi marxisti, della Rete dei Comunisti e dell’area di riferimento, questa non è una novità, ma semplicemente la conferma della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto centrale nell’analisi scientifica di Marx.

Se noi ora guardiamo i dati ufficiali forniti dai maggiori organismi economici internazionali, notiamo come non sia vero che la domanda complessiva internazionale si contragga: aumenta, ma si sposta da un’area all’altra del pianeta e da un settore produttivo ad un altro. La domanda totale cresce e la massa di profitto aumenta, ma il tasso di profitto diminuisce; quindi se per il capitale necessitano sempre più investimenti produttivi per poter realizzare quel determinato profitto, necessitano allora investimenti altamente remunerativi e possibili solo con un nuovo modello di accumulazione che riesca a raggiungere un livello reputato congruo alla valorizzazione dell’intero ciclo produttivo. Tali risultati sono stati complessivamente disattesi anche con la crescita forzata di quella che è stata definita la Terza o Quarta Rivoluzione Industriale, quella che chiamano l’Era dell’Informatica e della Telematica.

Questa crisi sistemica mette a repentaglio la stessa modalità di sviluppo del capitalismo: la continuazione del ciclo non sarà quella ondivaga delle crisi congiunturali, non ci sarà una ripresa, o meglio, se ripresa ci sarà si tratterà di riprese all’interno della crisi profonda di accumulazione, per cui la curva riparte in salita, ma raggiungendo picchi sempre più bassi rispetto ai precedenti, si tratterà quindi di piccole riprese all’interno di un andamento generale del ciclo al ribasso,  a tutta la cosiddetta economia mondo del sistema del capitale.

Se uno sentisse tutto questo penserebbe “il Prof. Vasapollo sta ipotizzando che domani ci sarà il Sole dell’Avvenire, il Socialismo”. Non sto facendo il profeta di cose davvero molto improbabili, non è assolutamente dato che a fronte di questa crisi irreversibile del Capitale domani nasca spontaneamente il Socialismo, ma è dato (e ormai accettato dagli stessi capitalisti) che ci sia una crisi politica, etica, ambientale, energetica, alimentare, nel complesso una crisi globale dalla quale se ne potrà uscire in prospettiva solo con un modo di produzione e riproduzione radicalmente diverso, con una trasformazione rivoluzionaria degli assetti economici, politici, sociali, culturali.

Davanti all’oggettività delle condizioni socio-economiche attuali o si determina un rafforzamento davvero dirompente della soggettività di classe, rivoluzionaria, in grado di cambiare il corso della Storia o la storia del capitalismo continuerà, annaspando in questa crisi ancora per uno o 500 anni.

Il passaggio dal feudalesimo al capitalismo ha messo bene in evidenza che cosa significa la lumaca della storia, lenta ma decisa nel suo cammino. Il modello di produzione feudale entra in crisi già dal 1200, mentre il capitalismo nasce a fine ‘700; passano 500/600 anni. Le prime imprese, banche ed espressioni economiche della borghesia sono del 1200/1300, ma finché tali fenomeni si facciano modello, il fenomeno spurio si faccia modo di produzione e il soggetto si costituisca come classe, c’è bisogno dell’espropriazione, della rapina della Spagna e dei Paesi europei ai danni dell’America Latina, al fine di realizzare quell’accumulazione originaria in oro e ricchezze necessarie per far partire il modello capitalistico che si fa sistema. In Europa c’è bisogno della Rivoluzione Francese, della borghesia che si fa classe e poi della dinamica della prima rivoluzione industriale che parte in Inghilterra con stabilimenti ed energia a carbone.

I tempi del cambiamento, quali sono oggi? Solo e soltanto quelli dati dalle dinamiche del materialismo storico, della lotta di classe e della realizzazione concreta dei rapporti di forza a favore del lavoro.

 

Certo, ci sarebbe da collocare in maniera più precisa il concetto di classe, soprattutto in una fase di schiacciamento al ribasso dei redditi dei ceti medi. In una simile congiuntura economica, qual è la classe verso la quale un movimento rivoluzionario dovrebbe orientarsi?

Penso che oggi il concetto di classe non sia più ampio di quello precedente, è quello di sempre; il proletariato quantitativamente non è diminuito nel mondo, ma si è diversificato. Oggi nella classe che vive del proprio lavoro vanno inseriti i precari, i disoccupati ufficiali e non, gli operai, i contadini, tutti i soggetti del non lavoro e del lavoro a pieni diritti negati, ma anche l’impiegato, gli artigiani, il micro-imprenditore lavoratore autonomo di ultima generazione, cioè tutto quell’ex ceto medio che oggi ha una capacità di acquisto fortemente ridimensionata con scarsi diritti e prospettive di nuove povertà. Quello che era un ceto medio forse non privilegiato, ma comunque con prospettive di un vivere tranquillo fino a 10-15 anni fa, vive oggi condizioni di povertà relativa, spesso di disperazione sociale. Prendiamo il caso di un impiegato pubblico che ha uno stipendio di 1200-1300€ al mese e, in una città come Roma, ne paga 800-900€ di affitto. Mettiamo che una famiglia si collochi anche a 2000-2500€ di reddito mensile con un nucleo di 3/4 persone, in affitto o con mutuo trentennale. Anche se lavorassero entrambi i coniugi a tempo pieno, a pieni diritti e a pieno salario (il che è sempre più raro), la famiglia non ce la farebbe ad arrivare a coprire le spese neppure di metà mese. Aggiungiamo il fatto che oggi si vive di precarietà con salari di 600-700€ o anche 300-400€. Cosa possiamo dire di un impiegato pubblico se non che ha perso il suo status di appartenente alla classe media, rientrando tra le nuova povertà? Il problema è nell’espressione di classe, che sta nei bisogni primari, in un’accezione che va oltre ciò che si reputava 30/40 anni fa beni di prima necessità. Oggi una società come la nostra, con l’immenso sviluppo sociale delle forze produttive che si è avuto negli ultimi 30 anni, crea e induce nuovi bisogni primari in un largo e attuale sentire, che non sono solo quelli di un lavoro qualsiasi, ma di un lavoro a pieno salario e pieni diritti, a un universalistico stato sociale allargato ai bisogni che questa società oggi ti crea, fino ai bisogni del tempo liberato, come i bisogni relativi ai saperi che sono primari e collettivi e vanno garantiti tutti e gratuitamente.

Quando una persona non riesce a soddisfare i propri bisogni alimentari, primari e nuovi primari, come può essere chiamato se non proletario, dal momento che non possiede la proprietà dei mezzi di produzione? In questo senso marxiano io credo che a livello internazionale il proletariato stia aumentando, checché ne dica qualche idiota della Sinistra eurocentrica. Se per “classe operaia” intendiamo chi vive del proprio lavoro, del lavoro negato e del non lavoro, ci rendiamo conto che è classe e non cittadini, ed è classe molto più grande, più diversificata nelle sue componenti, ma più ampia e più stratificata di prima.

 

Attualmente, buona parte delle opposizioni al modello europeo targato Merkel concentrano il loro dibattito esclusivamente in funzione anti-euro. Stiamo parlando di una posizione che sembra aver entusiasmato tanto la destra quanto una certa parte di sinistra. Sappiamo, però, che una moneta, presa in senso assoluto, non è nient'altro che uno strumento attraverso il quale un determinato potere politico e istituzionale (Unione Europea) attua determinate scelte economiche. In questo dibattito si sente ancora la mancanza di un discorso basato sulle classi, sulla loro composizione, sul loro rapporto con le istituzioni, sulla distribuzione della ricchezza e sul rapporto tra lavoro, reddito e bisogni materiali. Quanto pensa influirà questo vuoto e quale crede debba essere il ruolo delle Sinistre in questo senso?

Da questo punto di vista c’è una grandissima confusione proprio perché non si fa un ragionamento di classe, di indipendenza nel senso di autonomia di classe dei movimenti sociali e dei movimenti sindacali conflittuali, non si considera l’UE per quello che realmente rappresenta, cioè un Polo imperialista nella competizione globale.

Fino a 4-5 anni fa nessuno poneva la questione dell’uscita internazionalista di classe dall’Euro e dall’Unione Europea. Nel 2011, dopo l’uscita del libro “Piigs- Il risveglio dei maiali”, scritto da me, Rita Martufi e Joaquìn Arriola, fummo presi per visionari estremisti. In quel libro avanzavamo una proposta concreta, facevamo un’analisi sui poteri forti europei, sulla nuova ricomposizione della borghesia trasnazionale europea, sul ruolo imperialista dell’UE e sulla proposta di uscita da sinistra rivoluzionaria e anticapitalista, quindi in termini di classe, dall’Euro, dall’Unione Monetaria e dall’Unione Europea. Portavamo avanti l’idea di un’area nuova, di una sorta di ALBA euro-afro mediterranea, ovviamente in termini di solidarietà internazionalista e di larga ricomposizione di classe in un avanzato blocco storico trasnazionale.

Il dibattito in questi anni, in maniera attenta e spesso incisiva perché particolareggiata, è montato molto; davanti al problema del massacro capitalistico europeo apparentemente due risposte: c’è una via di Destra e una di Sinistra, ma convergenti al riprodursi di forme sempre più incisive e violente contro la classe lavoratrice così come prima le definivamo. Non ci piacciono. Il cosiddetto centro e centrosinistra è il maggiore veicolatore degli interessi della nuova borghesia trasnazionale europea. L’uscita a Destra vuol dire avversare l’Unione Europea contrapponendovi l’Europa delle nazioni, l’Europa dei popoli nazionali, un’Europa quindi di impronta fascistoide e razzista ben rappresentata dalla Le Pen e dai tanti fascisti più o meno mascherati e in doppio petto in Italia e in tante parti del continente. Se prendono dei voti è perché non c’è una proposta seria anche di semplice riformismo a Sinistra che possa coinvolgere le forze sane del cambiamento. Non mi convincono assolutamente le proposte della lista “L’Altra Europa con Tsipras”, che rappresenterebbe la cosiddetta opzione della sinistra d’alternativa. L’”Europa dei popoli”, della società civile, suona molto come un vuoto slogan dal momento che non esiste una vera opzione di uscita dall’euro, né una concreta opzione riformista, né una idea di classe della Sinistra. Il discorso a Sinistra non è convincente né dal punto di vista dell’analisi politica né per proposta sociale ed economica. Si tratta di un’impostazione volutamente consociativa e di una illusione riformista compromissoria e nel maggiore dei casi di una visione cretina, dell’utopia nel suo senso tutto negativo. E non ha assolutamente credibilità politica, teorica, pratica la questione della riformabilità dei trattati dell’Unione Europea, e di una nuova fase redistributiva keynesiana, all’orizzonte si intravede purtroppo soltanto una drammatica fase di keynesismo militare e keynesismo orientato al sostenimento del capitale privato, con tagli sociali e tassazione sempre più alta per i redditi da lavoro e per il lavoro autonomo di ultima generazione.

Se sono queste le proposte noi torniamo a quanto abbiamo già detto nel ’95 in documenti, articoli su Proteo e poi libri come EuroBang, o Competizione Globale e, recentemente, con il libro “Il risveglio dei maiali”, diventato nel giro di pochi anni un manifesto politico dei movimenti sociali in tutta Europa (è stato tradotto in greco, in spagnolo, in portoghese, in inglese).

La nostra proposta attraversa movimenti sociali sicuramente minoritari, ma non più isolati come eravamo 3 anni fa; si è aperto un dibattito fra i sindacati di classe conflittuali e i sindacati di base indipendenti in Europa, fra i movimenti sociali per i beni comuni, per il lavoro, per la casa e per il reddito, i tanti movimenti anticapitalisti e antimperialisti in Italia e in Europa che, in forma minoritaria, ma sempre più percepita dal mondo del lavoro e del lavoro negato, stanno imponendo da Sinistra anticapitalista, internazionalista e di classe la questione della rottura e della fuoriuscita dall’Unione Europea e Monetaria.

Oggi le condizioni oggettive per un’uscita in chiave internazionalista con la costruzione di quest’area dell’ALBA euro-afro mediterranea ovviamente non ci sono, ma noi avanziamo questa proposta per rimettere in moto il protagonismo di classe in un programma di fase, cioè una nuova stagione di lotte che abbiano anche un contenuto inizialmente rivendicativo. Non mi creo il problema dell’etichetta riforma se si perseguono obiettivi dirompenti come  il fatto che si possa rivendicare reddito sociale, lavoro a tempo pieno e pieni diritti, edilizia pubblica per tutti, tassazione dei capitali, redistribuzione del reddito e della ricchezza sociale. L’importante è che venga mantenuta la strategia alta della trasformazione, ovvero si crei la condizione per un accumulo di forze tale per poter avere nella prospettiva strategica non solo l’antimperialismo, ma anche l’anticapitalismo.

Ritornando al discorso elettorale: non sono uno che propone per posizione a prescindere, preconfezionata, l’anti-istituzionalismo, non mi mette in imbarazzo dire che le forze di classe, le forze sociali possano utilizzare il momento elettorale, ma lo devono fare solo nel momento in cui le elezioni rafforzano il movimento sociale, in cui i parlamentari siano rappresentanti di un blocco sociale, con le sue istanze e le sue prospettive di crescita.

Vedi ad esempio l’uso rivoluzionario del percorso elettorale nel Venezuela di Chavez, o nel cammino di Evo Morales e dello stesso Correa nei percorsi della trasformazione radicale. Non  vedo oggi né in Italia né in Europa questa caratteristica, poiché nessuno dei partiti che si sono presentati a Sinistra su queste elezioni ha sposato pienamente la questione dell’analisi dell’Europa imperialista, di rottura dell’Unione Europea e dell’uscita a Sinistra dall’UE. Pertanto non vedo in questo momento elettorale nessuna possibilità di dar voce alle istanze del cambiamento radicale.

Non si tratta di parlare di società civile, di elezioni europee con un voto più o meno a sinistra, di diritti civili, di riformare in senso progressista l’Unione Europea; tali concetti astratti e illusori vanno declinati per ciò che realmente sono, cioè classi, conflitto capitale-lavoro quindi lotta di classe, diritti sociali, polo imperialista europeo, politiche economiche del capitale nella crisi sistemica, chiusura dell’epoca keynesiana redistributiva, lotta per l’accumulo delle forze e fuoriuscita in senso internazionalista di classe dall’UE, nell’orizzonte della sana utopia della costruzione del socialismo per il XXI secolo.

 

Quindi, crede che la lista Tsipras in Italia sarà un fallimento?

A livello elettorale non lo so, sicuramente la proposta della lista Tsipras non attirerà quel numero di voti che rappresentano la voglia e la necessità concreta del cambiamento nella prospettiva antimperialista e anticapitalista anche per un semplice approccio socialista di matrice riformista; ma addirittura sono convinto che tale lista non intercetterà neppure il disgusto, prima che il dissenso, verso le politiche di austerità e della Troika.

E magari quel numero di voti del dissenso e della rabbia è intercettato dai populismi.

Probabilmente, mancando una proposta radicale seria, molti voti si collocano nel populismo e nella destra, anche estrema. Non è un problema di questa o di quella lista, ma che nessun programma elettorale è stato rappresentativo in alcuna maniera di quelle che sono le istanze vere che vengono dai movimenti sociali, alle richieste forti di un concreto cambiamento da sinistra in termini anticapitalisti; non sono state rappresentate neppure le basilari istanze di un movimento che non più convivere né con l’UE dell’austerità, ma neppure si può accontentare della finta Europa riformabile di cui parla il programma pseudo-riformista di questa lista.

 

 

Cambiamo argomento, o meglio riprendiamo le proposte di lotta per un programma di fase. Lei dal 1995 si occupa di “reddito sociale”. Nell'ultimo anno in particolare se n'è molto sentito parlare in quanto è stato uno dei cavalli di battaglia del M5S. Eppure dopo la bocciatura della mozione al senato lo scorso 26 giugno, il dibattito nazionale almeno non negli ambienti di movimento, sta scemando. Crede che i grillini abbiano rinunciato definitivamente a un punto che è stato fra gli elementi caratterizzanti la loro scorsa campagna elettorale?

 

Ma perché parlare dei grillini piuttosto che di un altro partito, si tratta pur sempre di populismo spicciolo. Nediamo il reddito sociale come istanza e rivendicazione di classe.

Noi ce ne siamo occupati da lungo tempo, con il CESTES, il centro studi del sindacato RDB adesso USB, con i movimenti sociali per il reddito, i tanti centri sociali.

Ci sono tante posizioni nella discussione sul reddito sociale: sfumature a volte anche ideologiche, concettuali, di contenuto. Esempi sono le diversificate idee di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito sociale per l'avviamento al lavoro, reddito sociale per precari e disoccupati, ecc. Al di là delle differenze che a volte possono essere anche sostanziali, si è posto da molto anni un problema centrale: in una società che precarizza sempre di più, in cui la disoccupazione diventa strutturale, in cui gli incrementi di produttività non ritornano al fattore lavoro, in cui ciò che non è profitto si trasforma in rendita finanziaria, immobiliare e di posizione. Tutto questo porta a una realtà del mondo del lavoro sempre più precario, di lavoro negato e di non lavoro si affermano sempre più come unica possibilità per la sopravvivenza con una ricchezza sociale sempre meno ridistribuita. Bene, anzi malissimo, in conseguenza di tale drammatica situazione, è possibile che non si ponga all'ordine del giorno anche dei partiti di centrosinistra e in quelli di sinistra un ragionamento di un riformismo semplice e sano, che è quello di dire “riconosciamo un reddito a coloro che non lavorano o sono sottoccupati o sottopagati perché comunque il reddito deve permettere a ciascuno di noi di vivere”?

Poi si può entrare nelle differenze, se il reddito è di cittadinanza, per sempre, o invece deve essere legato alla formazione e quindi all'avviamento al lavoro. Noi propendiamo più per questa seconda ipotesi, per un reddito sociale legato alle condizioni di lavoro e salariali, L'ipotesi del reddito di cittadinanza dalla nascita è stato sempre cavalcata da economisti di destra, già dalla scuola di Chicago si ragionava in questi termini: lo Stato fornisce una dotazione di reddito vitale a ciascun cittadino, cioè dal super ricco della borghesia e all'ultimo proletario, dopo di che, sia che si trovi lavoro o che non si trovi o di che tipo, lo Stato non garantisce più welfare universalistico e quindi gratuità dei servizi quale la sanità, l'istruzione, ecc.

Noi invece pensiamo che ci sia la necessità di rilanciare uno Stato sociale universalistico con sempre più diritti, in cui sia fondamentale la assoluta gratuità dei servizi pubblici strategici e di tutti i beni comuni (casa, trasporti, utenze, ecc.). A questo si deve aggiungere un reddito che nel momento in cui non si ha lavoro o si  ha lavoro precario, quindi a basso reddito, deve integrare e arrivare a quel minimo che oggi è rappresentato, secondo me, da almeno 1500€, per poter permettere ad una persona di poter vivere dignitosamente. Quando viene poi proposto un lavoro a tempo pieno, a pieni diritti e a piene e buone condizioni salariali, si riavvia la persona al lavoro, ma quando questo non c'è  la garanzia di vita dignitosa deve essere assoluta. Allo stesso modo il reddito sociale va inteso anche come integrazione per le pensioni al minimo.

Noi abbiamo sempre portato avanti questa battaglia, fatto lotte, presentato leggi di iniziativa popolare, affermando inequivocabilmente che la copertura finanziaria debba venire da chi questi redditi dal lavoro li ha usurpati, quindi dai redditi da capitale: proponiamo, quindi, tassazione dei capitali, “Tobin Tax” intesa come forma di spostamento sostanziale dalle rendite verso gli investimenti sociali e la gratuità dei servizi attaccando da subito i movimenti di capitale speculativi, lotta all'evasione e all'elusione fiscale, aumento della tassazione degli utili.

La nostra proposta va a intaccare fortemente le rendite finanziare, entrando nello specifico sulla redistribuzione della ricchezza sociale togliendo al fattore capitale e riconoscendo quanto socialmente spetta al fattore lavoro largamente inteso.

A me sembra invece che sia i grillini sia la sinistra non facciano questo ragionamento e si muovano sul piano della compatibilità di sistema interna ai patti di stabilità più o meno riformati o simili. Innanzitutto propongono un reddito dei miserabili: ho sentito addirittura parlare di 300, 400, 500€, scambiando queste briciole con tagli sugli ammortizzatori sociali, ovvero meno edilizia pubblica o meno cassa integrazione. Questo per noi è assolutamente inaccettabile. Proponiamo più edilizia pubblica, più Stato sociale, più cassa integrazione, più ammortizzatori sociali e reddito con le fonti finanziarie percepite da chi ha usurpato l'aumento di produttività del lavoro.

 

Parliamo dell’alternativa, di quelle aree o paesi a guida rivoluzionaria a cui si richiamerebbe nei principi l’ALBA mediterranea. Pensiamo ad esempio al Venezuela. Dopo la scomparsa di Chávez , il Venezuela sta vivendo una fase di forte destabilizzazione politica. Lei da profondo conoscitore dell'America latina, come crede evolverà la situazione?

 

Innanzitutto, sono un conoscitore non in quanto studioso, ma sempre nella mia pratica militante. Da tantissimi anni ormai frequento, più che l'America Latina, i governi rivoluzionari dell'America del Sud (per esempio Cuba da 35 anni e oltre) a livello di piena relazione politica e disponibilità teorica, culturale e alla lotta concreta di solidarietà internazionalista. Con le strutture sociali popolari, con i partiti rivoluzionari di governo, con vari ministri di governo, sindacati, istituzioni, università, centri studio, c'è un intensa collaborazione. Per cui sono e siamo conoscitori in quanto intellettuali militanti che si mettono a disposizione dei processi rivoluzionari quali quelli di Cuba, del Venezuela, della Bolivia e, in generale, dei processi rivoluzionari e di transizione al socialismo.

Conosco abbastanza profondità la situazione in Venezuela e vi dico che vi è in atto un nuovo tentativo di golpe in quella che è la nuova dimensione “blando”, “soft” voluta dalla CIA, che è quella dell'imperialismo a guida Obama. Da quando si è visto che la dimensione del terrorismo di Stato e dell'aggressione militare marcata Bush non rispondeva più a quelle che erano le priorità e le capacità dell'impero statunitense, stanno tentando altre strade che sono a volte a carattere militare, a volte a carattere di terrorismo finanziato e sostenuto dalla CIA con carattere di massmediatico, sociale, economico-finanziario. Il terrorismo statunitense apparentemente non è di marca militare diretta, è quello che viene chiamato oggi in Venezuela “golpe blando” o “golpe soave”. Ѐ un tipo di attacco terroristico studiato dalla CIA (ci sono documenti su Internet in cui si parla di destabilizzazione di governi): attraverso la creazione di condizioni di dissenso all'interno del popolo creando ad arte condizioni economico-sociali disperate, le si sorregge con mercenari internazionali, al fine di destabilizzare dei governi che sono stati legittimamente eletti attraverso processi di autodeterminazione popolare.

Ѐ chiaro che uno degli attacchi frontali più forti è contro il Venezuela, in quanto è il quinto produttore di petrolio al mondo, cioè parliamo di una risorsa strategica per l’espansione e la sopravvivenza dell’agire dell'imperialismo. Il tentativo poi di destabilizzazione della Rivoluzione Bolivariana Socialista del Venezuela potrebbe mettere in crisi, o creare problemi non solo agli altri paesi dell'ALBA, ma dell'intera America Latina.

Sta avvenendo quello che è già avvenuto nel 2002, quando si è creata una condizione di instabilità economica in Venezuela e poi si è consumato un colpo di stato voluto dalla CIA che aveva deposto Chávez ; come sappiamo il popolo chavista è andato a riprendersi il proprio presidente e l'ha rimesso al suo posto di comando legittimo dopo soltanto due giorni.

Oggi i mercenari approfittano della fase di naturale e normale riassetto dopo la morte di  Chávez: io ero nell’Aprile del 2013, Maduro aveva vinto le elezioni con uno piccolo margine, intorno al 51%. Tutte le forze internazionali presenti, gli osservatori, gli accompagnatori avevano dichiarato assolutamente legittime e assolutamente regolari le elezioni. L'opposizione fascista ha approfittato della situazione per scendere in piazza armata e tentare un golpe nei primi tre giorni successivi alle elezioni, usavano bottiglie incendiarie, bombe, mitragliette, pistole, hanno assaltato i policlinici con medici cubani, le sedi del PSUV, causando in due giorni 11 morti e 80 feriti. Il golpe militare alla fine non è riuscito, grazie al grande senso di responsabilità del governo e del popolo che è sceso in piazza difendendo la rivoluzione con manifestazioni di milioni di persone, manifestazioni a Caracas e in tutte le città davvero di massa. Non essendo riuscito quel golpe a guida CIA, da aprile è stato fatto un altro tentativo, questa volta di tipo economico: si prova ancora a destabilizzare l'economia, sottraendo dalla distribuzione molti prodotti di prima necessità e quindi facendone innalzare i prezzi, dopodiché in maniera illegale questi prodotti vengono portati in Colombia o in altri paesi vicini in modo da reimportarli dollarizzati, creando un mercato nero parallelo del dollaro che rispetto al  tasso di cambio ufficiale raddoppiava e che adesso è quasi dieci volte rispetto al cambio ufficiale.

L'obiettivo era quello di arrivare alle elezioni regionali dello scorso 7/8 dicembre  in modo tale da dimostrare l’insoddisfazione popolare in grado, pensava l’oligarchia golpista, di determinare  la debolezza di Maduro e sovvertire l'ordine costituito. Per loro disgrazia, differentemente da quello che pensavano, il popolo ha capito quanto è indotta in chiave di guerra economica questa crisi e il risultato del voto ha rafforzato invece Maduro e il PSUV che, infatti, alle elezioni  regionali ha una vittoria larghissima, schiacciante contro l'opposizione.

A quel punto cambia di nuovo la strategia. Alla destabilizzazione economica si aggiungono, dal 12 febbraio, gli attacchi mortali mercenari squadristici, con la scusa che siano dimostrazioni di un forte malcontento studentesco. Non è così, perché degli arrestati che ci sono stati fino ad oggi, gli studenti sono una proporzione bassissima così come i venezuelani; quelli che vengono arrestati sono in maggioranza stranieri, anche europei spesso legati a movimenti fascisti, già ricercati per gravi crimini a livello internazionale. Sono state scoperte le trame della CIA e la stessa opposizione fascista e di destra si spacca, quella di Capriles pensa alla destabilizzazione “soave” più a carattere economico, monetario e apparentemente condanna la violenza di piazza. Quella invece di López, più legata alla matrice fascista e alla CIA continua questa strategia di attacco militare di piazza. Anche qui grande senso di responsabilità del governo rivoluzionario e del popolo, che, non cadendo nel tranello imperialista, sta evitando la repressione, cercando di placare questa finta protesta, con il dialogo con un tavolo di pace tentando la trattativa per lo meno con le parti meno aggressive; cioè una via fortemente responsabile da parte del governo di Maduro, di pacificazione, non rispondendo alla provocazione statunitense, non facendo repressione come vorrebbero gli Stati Uniti per poi legittimare un intervento ONU di tipo “umanitario” che altro non significa che guerra di oppressione e di aggressione espansionistica contro l’autodeterminazione popolare, ma cercando invece un percorso, un tavolo di trattative.

Tutto ciò sta avvenendo perché il Venezuela è in una fase di transizione al Socialismo, è in un percorso rivoluzionario, è uno dei paesi guida dell'ALBA, uno dei paesi che si sottrae alle regole del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che ha scelto la strada del Socialismo, anche con i suoi limiti e le sue contraddizioni che tutti i processi rivoluzionari possono incontrare nel loro cammino per la trasformazione radicale.

Tutti i processi rivoluzionari hanno bisogno dei loro tempi, e l'imperialismo vuole riprendere subito in mano il proprio potere anche in America Latina.

È in gioco ancora una volta il futuro dell'umanità attraverso due modi di gestire e di governare il mondo: il governo del profitto e dell'impero da una parte, il governo socialista in difesa dell'umanità, dall’altra.

 

 

Dal Venezuela alla Basilicata. Sembra un salto fuori senso, improponibile. Due terre così lontane geograficamente(e, per un certo verso, culturalmente), ma così simili per storia: due storie, quella del nostro Sud, e quindi quelle lucana e venezuelana, che parlano entrambe da secoli di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulle ricchezze naturali del suolo e del sottosuolo.

Come nel Venezuela pre-chavista, anche la Basilicata di oggi, nel suo piccolo, subisce il modello petrolifero senza aver in cambio altro che briciole. Eppure Chávez  ha dimostrato che un altro modello è possibile, che la ricchezza derivante dall’estrazione del petrolio può e anzi deve rimanere a disposizione dei cittadini, degli abitanti di un determinato territorio.

Quanto pensa si possa fare oggi per la Basilicata, che non sarà uno Stato sovrano come il Venezuela, ma resta comunque un hub energetico di importanza strategica per l’Italia?

Bisogna opporsi fermamente alle estrazioni e cercare di cacciare le multinazionali o è possibile un altro modello basato sulla riduzione dei profitti delle varie Eni, Total, Shell?

 

Capisco la tua provocazione: ovviamente non è possibile un confronto fra un una Regione e una nazione e poi in contesti politici, sociali, culturali tanto diversi, però capisco che poni la questione in termini provocatori come relazione Sud a Sud.

Sono profondamente convinto di quella che è una delle grandi prerogative della rivoluzione bolivariana e chavista è di aver individuato i suoi precursori in grandi rivoluzionari dell'Ottocento come Bolivar, Josè Martì e la sua idea di “Nuestra America”, o come José Carlos Mariátegui, fondatore del Partito Comunista del Perù, che ha cercato di combinare la questione di classe con la questione indigena,  fino ad arrivare all'idea della “Maiuscola America” di Che Guevara, e via dicendo.

Tutti i citati hanno posto al centro non solo la questione dell’indipendenza e dell’integrazione dell'America Latina ma di quella che era appunto l’unità solidale della Tricontinental. Penso che oggi si può dare una lettura delle condizioni internazionali nello scontro Nord-Sud e nello scontro imperialismo e paesi neo-colonizzati sottoposti alle regole dell'imperialismo. La questione meridionale gramsciana ritorna in tutta la sua profondità in una dimensione che va al di là dell'Italia, ma che comprende la dimensione, la particolarità, le differenze, i percorsi, le culture diverse dei vari Sud del Mondo, che però poi sono uniti dallo stesso modo di produzione capitalistico, questo modello di sfruttamento imperiale e di colonizzazione.

Da questo punto di vista, se tu vuoi dire che anche la Basilicata vive condizioni di super sfruttamento come tutto il nostro meridione, ti posso rispondere né più né meno come ha risposto il “comandante eterno” Hugo Chávez : “è un problema anche qui di classe e di potere”.

Il problema non è ideologico, ma di governo e presa del potere, è un problema di classe, di governo del popolo. Prima della rivoluzione, in Venezuela le grandi risorse petrolifere facevano sì che si arricchissero sempre di più le multinazionali (l'80-85% dei profitti usciva dal Paese): uno dei Paesi più ricchi di petrolio nel Mondo faceva vivere la maggioranza della popolazione in una condizione di povertà assoluta, con un analfabetismo tra i più alti dell’America Latina. Con la rivoluzione chavista le rendite di quel petrolio invece di andare alle multinazionali rimangono per l'80% al paese e vengono utilizzate in investimenti sociali: lavoro per tutti, case, fognature, energia, grazie anche al grande aiuto di cooperazione, solidarietà e complementarità da parte di Cuba. Medici e insegnanti cubani arrivano in Venezuela, con la conseguente battaglia contro l'analfabetismo, una sanità  pubblica gratuita. Chavez realizza sempre più profonde riforme strutturali e a carattere rivoluzionario, partendo da riforme strutturali di sistema sempre più incisive, nuove nazionalizzazioni non solo delle industrie del petrolio, le Missioni, l'università bolivariana. Qualcuno aveva tentato di dire che queste misure erano riconducibili a un capitalismo sociale, semplicemente redistribuivo; Chávez ha dimostrato nel tempo di connotare questa rivoluzione in termini di socialismo da lui chiamato “Socialismo del XXI secolo”  o per il XXI secolo. Si tratta in ogni caso di un processo nuovo di trasformazione socialista, che si esplicita e concretizza nell'ALBA con altri paesi a modello antimperialista e anticapitalista diversi ma tutti socialisti e tutti fortemente orientati a uno sviluppo autodeterminato per l’integrazione solidale di Nuestra America. La Rivoluzione martiana e poi marxista cubana, la rivoluzione bolivariana e socialista chavista, il socialismo comunitario boliviano disegnano un nuovo percorso, una nuova transizione al Socialismo.

Ciò dimostra che il problema, a proposito di Basilicata, come a proposito di ogni Sud del Mondo e di ogni sfruttato, non è la semplice redistribuzione ma l’organizzazione di classe e politica per la presa del potere, il problema è la trasformazione rivoluzionaria in termini di classe.

La redistribuzione si può avere anche in un sistema capitalista “ricco” che ha possibilità di espansione e nessun problema a redistribuire: ovviamente, però, questa avverrà sempre secondo le dinamiche compatibili con l’estorsione di pluslavoro e del plusvalore, vale a dire in termini di sfruttamento. La maggiore redistribuzione  in un’area del mondo corrisponde a un maggiore restringimento in altre aree: in passato, quando c'era maggiore redistribuzione nei Paesi europei, si infittiva lo sfruttamento anche schiavistico di altri Paesi in altre aree del mondo.

Oggi l'internazionalismo passa per il legame dei Sud. Personalmente, vedrei la questione della Basilicata all'interno della questione meridionale italiana e all'interno dei Sud complessivi, con le potenzialità di classe e rivoluzionarie che possono esprimere; è vero che ognuno debba anche vivere i propri momenti rivendicativi, ma quei momenti di rivendicazione di specificità territoriale deve rientrare all'interno di quella che è una dimensione più ampia, ovvero quella della battaglia sull’anticapitalismo.

Parlavamo prima di ALBA e Mediterraneo: che il mar Mediterraneo sia diventato sempre di più un lago, in cui le sponde si “guardano” e si “parlano”  in continuazione, è un fatto ormai secolare. Crede che sia possibile immaginare diversi rapporti tra i paesi che compongono l’Europa  senza fare i conti con le rive settentrionali dell'Africa?

Assolutamente no. Mi guida sempre l’impostazione del metodo e della lettura dei fatti, dei processi e degli eventi storici in chiave marxiana. Non abbiamo mai parlato di ALBA mediterranea chiusa ai paesi cosiddetti PIGS quando abbiamo avanzato la proposta dell’Alias, la moneta mediterranea di conto virtuale che supponiamo simile al Sucre dell’ALBA latino-americana. Abbiamo sempre parlato di un sistema che ponga innanzitutto una condizione non spaziale (il problema non è della Spagna o dell’Italia), ma una condizione di classe, di persone, lavoratori che hanno gli stessi bisogni.

Siccome poniamo il vincolo internazionalista della solidarietà, dell’integrazione e della complementarietà questo non è possibile se non si dialoga nelle lotte di un programma di fase e poi nella prospettiva strategica rivoluzionaria tra proletari, movimento dei lavoratori della sponda nord del Mediterraneo con i movimenti dei lavoratori e le istanze di classe dei paesi dell’Africa mediterranea.

Ma aggiungo di più: noi parliamo di un Mediterraneo in senso allargato, quindi di un’alleanza economica e politica di solidarietà. Non si può non considerare come area politico-socio-economica mediterranea anche quella includente i paesi dell’Europa dell’Est, dove sono avvenute le delocalizzazioni produttive con condizioni di lavoro di semi-schiavitù. Tutti i processi di delocalizzazione internazionale produttiva che dall’Europa centrale hanno trasferito il modello e la produzione fordista in Europa dell’Est alla ricerca di forza lavoro a più basso costo, ma meno normata e meno sindacalizzata, sono complementari a un nuovo modello di sviluppo, a una nuova divisione internazionale del lavoro; bisogna racchiudere in sé quest’area mediterranea allargata aprendo percorsi comuni di lotta anche con quei settori del mondo del lavoro precarizzato in mille forme, in Francia come in Germania e altri paesi nord europei.

Nella stessa Germania, locomotiva dell’Europa del capitale, ci sono settori di classe lavoratrice che sono assolutamente precari: in alcuni casi si tratta di un precariato “nobile”, 400-500€ per un lavoro precario che si propone moltiplicandosi per più occasioni lavorative contemporanee diventa accettabile in termini reddituali, ma c’è anche una fetta di proletariato e di precarietà vera, come c’è anche in Francia e negli altri paesi. Quando parliamo di nuova dimensione solidaria, una nuova area a carattere di internazionalismo su similari condizioni di sfruttamento, dobbiamo includervi tutti questi interessi di classe.

Mi piace l’idea del Mediterraneo come grande lago: dobbiamo, tuttavia trasformare, la realtà di un lago di morte in una idea concreta di lago di vita.

Attualmente il Mediterraneo è un “Mare Morto” a causa delle immigrazioni di forza lavoro, di schiavi trasportati dai negrieri scafisti, funzionali alle regole ferree e barbare del mercato del lavoro e della sua divisione internazionale. È così che provocano morte fisica e morte sociale; da un lato ci sono coloro che non ce la fanno ad arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo, che muoiono di stenti nella traversata della brutale speranza, dall’altra c’è la morte sociale, con una forza lavoro che viene o imprigionata in centri di sterminio preventivo, luoghi disumani di detenzione speciale (cambiano in continuazione il nome, io li chiamo per quello che sono). Bisogna considerare che la maggior parte di questi immigrati diventa forza lavoro a nero, sfruttata senza sindacalizzazione, con un alto livello di rischio anche di morte, con salari bassissimi, diritti inesistenti e, per di più, finisce indirettamente per aumentare il livello del ricatto ai danni della forza lavoro italiana, dal momento che, con una manodopera a più basso prezzo, si abbatte il costo generale del lavoro.

A questa guerra economica, sociale, massmediatica si aggiunge la guerra militare con sempre più presente il ruolo dell’Unione Europea. Negli ultimi mesi la Francia ha diretto non solo la guerra contro la Libia, ma anche contro il Mali. Se nel Mediterraneo allargato includiamo il Medio Oriente, con tutto ciò che si perpetra in nome dell’imperialismo israeliano, le minacce, la guerra portata avanti dai mercenari filo-occidentali in Siria, ci rendiamo conto che questo che è stato il mare delle grandi civiltà è un vero lago di sangue, dove si vede, si respira e si produce mercato di morte.

Diventa un mare di vita se si apre una prospettiva davvero rivoluzionaria, se si riesce a reimmettere nei popoli, nelle classi del lavoro, in tutti coloro che rappresentano la speranza dell’umanità, la forza per un cambiamento radicale con le lotte per costruire un’ALBA euro-afro mediterranea, per il superamento del modello di produzione capitalista.

È per questi motivi che siamo convinti che queste elezioni europee non cambino nella materia più assoluta le drammatiche condizioni dei lavoratori, dei migranti e dei disoccupati. Questo ci convince sempre più ad affermare che bisogna rompere la gabbia e uscire dall’UE. Questo è il vero significato della nostra posizione tutta politica dell’astensione, del non voto a queste elezioni europee.

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